Liceo scientifico statale “Ettore Majorana”

Anno Scolastico: 2007/08

 

CONSIDERAZIONI

SUI RIMEDI IGIENICI E SUI “SEGRETI” COSMETICI DEI NOSTRI AVI

 

 

Progetto POF: “La chimica nella vita quotidiana”

 

CLASSI: III ALB; III BLB; III ASB.                   

DOCENTI COORDINATORI: Rosamaria Consiglio;

Antonella Lo Brutto.

 

CONSIDERAZIONI

SUI RIMEDI IGIENICI E SUI “SEGRETI” COSMETICI DEI NOSTRI AVI

 

 

                                                 

 

Oggi, come in passato, le cure estetiche costituiscono per entrambi i sessi, oltre che un mezzo importantissimo di seduzione e un tentativo di avvicinarsi all’ideale di bellezza tipico di una determinata epoca storica, anche uno strumento per sottolineare la propria preminenza sociale.

La cosmesi, la cui origine etimologica risale al termine greco “κοσμέω” (adorno, abbellisco) ha radici nelle più antiche civiltà dei cui usi e costumi abbiamo notizie.

Casella di testo: L’iconografia egizia ci documenta un trucco femminile appariscente assai marcato nel disegno degli occhi attraverso l’utilizzo di un pigmento nero chiamato Kohol o Kohl.
Ci sono anche pervenuti vasetti porta ombretto con relativo stiletto da intingere nel Kohl, usato per tracciare le linee di contorno degli occhi. Presso Greci e Romani, gli uomini usavano spalmare il corpo con unguenti, che poi asportavano cospargendosi con sabbia finissima, che incorporava l’unto e veniva poi raschiata via per mezzo dello “strigile”; l’effetto ottenuto era una pelle levigata ed elastica.

 

Le donne greche curavano molto la pettinatura  con unguenti e profumi conservati in appositi vasetti.

Era in uso come fondotinta una “biacca” (ψίμυθος) al carbonato di piombo mescolata con miele e sostanze grasse  fino ad ottenere un cosmetico cremoso.

Sostanze pigmentate erano ottenute dallo stesso carbonato di piombo che, scaldato all’aria, si trasformava in minio (μίλτος) di colore dal rosso all’arancio; erano in uso inoltre coloranti vegetali.

I composti al piombo furono alla base della cosmesi in tutte le civiltà antiche, anche presso i Romani: altamente tossici, sarebbero stati responsabili di non pochi avvelenamenti a causa del piombo assorbito e immesso in circolo.

La toletta della donna romana è nota attraverso diversi scritti, ma in particolare per il poemetto di Ovidio, De medicamine faciei.

Casella di testo:  In  quest’opera Ovidio, con una allusione scherzosamente irriverente nei confronti del programma augusteo di restaurazione dei costumi, invita le donne ad avere cura del proprio aspetto: non sono più i tempi della Roma primitiva, quando le matrone, con la pelle rovinata dal sole, si accontentavano di coltivare i campi e di filare la lana. Al tempo di Augusto, egli afferma, le donne sono raffinatissime, amano i vestiti ricamati in oro, cambiare pettinatura, profumarsi i capelli, ornarsi di gioielli. Pertanto, non è disdicevole, anzi è doveroso, valorizzare il proprio aspetto esteriore e conoscere i mezzi per salvaguardare la propria bellezza:

”Discite quae faciem commendet cura, puellae,

et quo sit vobis forma tuenda modo

[...]

Nec tamen indignum: sit vobis cura placendi,

cum comptos habeant saecula vestra viros”. (Ov. Med. fac, 1-24).

Successivamente Ovidio fornisce tutta una serie di suggerimenti estetici; ad esempio, per schiarire le macchie della pelle, consiglia una “crema di alcione” a base di escrementi polverizzati di uccelli.

Per le donne romane, avere una capigliatura folta, curata e profumata era considerato un elemento fondamentale della bellezza.

La pettinatura richiedeva ogni giorno una lunga e paziente applicazione.

Le donne che potevano permetterselo avevano una schiava addetta alla cosmesi (ornatrix), tanto tale operazione era laboriosa.

Un raffinato bassorilievo del secondo secolo a.C., rinvenuto a Nimega, in Olanda, ed oggi conservato nel Reinisches Landesmuseum di Treviri in Germania, raffigura una giovane donna seduta su una elegante poltrona di vimini intrecciati mentre la sua ornatrix le raccoglie i capelli sulla nuca in una treccia o in uno chignon, con l’assistenza di altre tre ancelle delle quali una regge uno specchio rotondo (schiava chiamata “ad speculum”, che di solito aveva anche il compito  di curare la manutenzione e la pulizia dei numerosi specchi in bronzo e in argento che ogni signora possedeva) mentre le altre due portano, una sottobraccio e l’altra in mano, delle piccole brocche, che con ogni probabilità contenevano acqua profumata.

Casella di testo:  Le acconciature seguivano ovviamente le tendenze della moda, che in età imperiale era dettata dall’imperatrice e  dalle altre donne di corte.

Cambiare frequentemente pettinatura o colore di capelli, servendosi di pomate a base di cenere o di altre sostanze vegetali, era consigliato per aumentare il proprio fascino.

Particolarmente apprezzati dagli uomini e, di conseguenza, desiderati dalle donne, erano i capelli biondi o rossi, anche se comunemente erano ritenuti caratteristici delle donne di malaffare.

Il colore biondo era ottenuto con una tintura a base di grasso di capra e cenere di faggio; si usavano anche tinture per il colore rosso e per il nero ebano.

Sovente l’ornatrix era assistita da altro personale specializzato, come il cinerarius, cioè l’addetto a scaldare il calamistrum, un tubo di metallo utilizzato per arricciare i capelli, che veniva scaldato nella cenere e una volta applicato  consentiva di ottenere la messa in piega.

Alla delicata operazione del taglio delle chiome, poteva poi essere addetto un altro schiavo specializzato, detto tonsor.

Particolarmente diffuso, specie a partire dall’età dei Flavi (69 d.C.- 96 d. C.) divenne l’impiego di trecce posticce, toupets e parrucche in capelli naturali o in fibre vegetali, che consentivano di mutare facilmente tipo di pettinatura e colore di capelli.

Una di queste parrucche è stata rinvenuta a Vindolanda, in Britannia, presso il Vallo di Adriano.

Spesso il lungo e noioso procedimento era anche doloroso e la padrona arrivava a punire duramente le ancelle maldestre, come ci testimonia Giovenale che, nella VI Satira, versi 489-496, dando sfogo alla sua misoginia e rivelando tutta la sua intolleranza per il processo di emancipazione femminile in atto ai suoi tempi, presenta una carrellata di tipi femminili dissoluti e, tra questi, ci offre il ritratto di una matrona autoritaria che castiga a nerbate la serva per un ricciolo fuori posto.

Del resto, per Giovenale, la donna che non corrisponde al cliché dei tempi arcaici (casta, lanifica, domiseda,  cioè casta, abile a filare e tessere la lana, abituata a stare in casa) è lussuriosa, prepotente, arrogante, autoritaria, saccente.  

Le donne romane praticavano la depilazione.

Viso, braccia e parti scoperte del busto erano rese bianche con la creta e con la biacca.

Biacche colorate in rosso erano usate per guance e labbra; il nero per gli occhi era ottenuto con cenere o antimonio; i coloranti erano realizzati con estratti di radici, alghe ed erbe; i denti erano puliti con polvere di corno.

Lungamente usate erano essenze odorose disperse in grassi o oli.

I Romani li chiamavano “unguenta” da “ungere” o “unguere”, cioè “ungere”, “spalmare”.

Casella di testo:  Infatti cosmetici e profumi non erano a base alcolica come i nostri, ma erano per lo più creme, oli ed emulsioni a base grassa, vegetale o animale; ciò, naturalmente li rendeva facilmente deperibili, sicché venivano commerciati in pastiglie e preparati al momento dell’uso.

Il Carmen 13, “Invito a cena” di Catullo attesta l’uso di profumarsi durante il banchetto: un’abitudine di origine orientale, ma che si andava diffondendo ormai ampiamente anche nella società romana:

Nam unguentum dabo, quod meae puellae

 donarunt Veneres Cupidinesque,

quod tu cum olfacies, deos rogabis,

totum ut te faciant, Fabulle, nasum ( Catullo, Carmen 13, vv. 11-14).

Cosmetici e profumi erano prodotti con sostanze vegetali, minerali e animali.

Per i profumi erano utilizzati fiori, olio d’oliva, olio di mandorle dolci e unguenti preziosi provenienti dall’Oriente.

Casella di testo:  La terra dei profumi era l’Arabia, che i Greci chiamavano ευδαίμον e i Romani felix, cioè prediletta dagli dei, felice.

Corrispondente grosso modo al territorio dell’odierno Yemen, l’Arabia era una terra favolosa, e molte leggende circolavano anche riguardo ai suoi aromi.

Si diceva che raccogliere le essenze fosse un’impresa riservata a poche persone, a quelli che sapevano come sconfiggere i mostri posti a guardia delle preziose piante: i serpenti alati che proteggevano gli alberi dell’incenso, i pipistrelli urlatori che custodivano il lago in cui cresceva la cassia, i grandi uccelli carnivori che nascondevano la scorza del cinnamomo (la cannella) nei loro nidi su montagne impervie.

L’Arabia non si limitava a produrre gli aromi, ma fungeva anche da tramite commerciale delle essenze prodotte in India.

Quelle merci preziose percorrevano la “via degli incensi”, una carovaniera che attraversava l’intera penisola arabica e terminava nei porti della costa siro – palestinese.

Casella di testo:  Nei primi secoli dell’impero, la via degli incensi fu gradualmente soppiantata dalla più conveniente rotta marittima, che dall’Oceano Indiano portava direttamente all’Arabia, e quindi, risalendo il Mar Rosso, fino al Mediterraneo.

Cosmetici, unguenti e profumi erano custoditi, con altri ornamenti e strumenti  di bellezza, dentro cofanetti cesellati (capsae) o cilindri con coperchio (cistae) – in uso anche presso gli Etruschi – che le matrone portavano con sé anche nel pomeriggio, quando andavano alle Terme.

Tutti i cittadini romani, infatti, anche quelli appartenenti ai ceti più bassi, solevano trascorrere la maggior parte del pomeriggio alle Terme.

Erano luoghi di incontro vivaci e chiassosi in cui si susseguivano i locali dei bagni (calidarium, tepidarium, frigidarium) con la palestra e gli annessi spogliatoi, la sauna (sudatorium), la piscina per nuotare (natatio) solitamente scoperta, e le sale per il massaggio, ma anche botteghe, bancarelle con mercanzie di ogni tipo.  I grandi complessi termali disponevano anche di vasti giardini con portici, fontane e ninfei, ambienti per spettacoli, auditori, biblioteche, raccolte di opere d’arte, luoghi di ristoro dove era possibile consumare cibi e bevande. 

Le Terme occupavano un posto fondamentale nella vita sociale dei Romani. Non esisteva città, grande o piccola, che non disponesse di un impianto termale pubblico, a cui i cittadini accedevano gratuitamente o dietro pagamento di un prezzo bassissimo.

L’igiene personale, infatti, non veniva curata nelle abitazioni private, che erano prive di rubinetti e di acqua corrente, ma alle Terme.

Come i giochi del circo, le gare dell’ippodromo, il teatro e le distribuzioni alimentari, anche le Terme qualificavano quella che i Romani chiamavano “civilitas”.

Inizialmente esigenze di pudore spinsero a riservare la mattina alle donne e il pomeriggio, l’orario migliore, agli uomini; ma col tempo, questa separazione tra i sessi fu sempre meno rispettata: donne e uomini si mescolavano normalmente negli stessi spazi, suscitando lo scandalo dei benpensanti.

Le Terme avevano anzitutto una funzione igienica; erano spazi ampi, ariosi, puliti e pieni di luce dove l’acqua scorreva a profusione.

I medici raccomandavano di prendere i bagni secondo alcune regole precise, ancora oggi alla base di una corretta idroterapia: a un’abbondante sudorazione dovevano seguire immersioni alternate nell’acqua fredda e calda; il tutto poteva concludersi con una buona nuotata in piscina.

Queste operazioni agivano beneficamente sul ricambio e sulla circolazione disintossicando e riattivando l’organismo.

Dopo le abluzioni venivano i massaggi con oli e unguenti profumati.

I cittadini più ricchi avevano i propri massaggiatori personali; gli altri potevano avvalersi, pagando un supplemento, dei servizi del personale delle Terme, oppure si assistevano a vicenda.

Le Terme erano una specie di salotto cittadino, dove si incontravano gli amici, si conosceva gente nuova, si chiacchierava e si concludevano affari.

Il filosofo Seneca, nelle Epistulae ad Lucilium, 56, 1-2, ne mette in evidenza il chiasso insopportabile.

L’uso delle Terme scomparve in Occidente con la caduta dell’impero romano.

Le città dell’Europa medievale e moderna non conobbero nulla di simile, ed anche per questo le condizioni igieniche dei loro abitanti erano molto inferiori a quelle dell’epoca romana; e le epidemie più diffuse.

Casella di testo:  Le Terme romane invece sopravvissero in altre aree e in altre culture: deriva infatti da esse il cosiddetto “bagno turco”, che divenne un elemento caratteristico del mondo islamico. 

La purificazione rituale dopo i rapporti sessuali e il parto è all’origine della pratica dell’hammam, il bagno pubblico che gli arabi ereditarono dalla tradizione romana delle terme e che rappresenta tuttora un’usanza diffusa in molti paesi arabi.

Il termine “bagno turco”, con cui impropriamente traduciamo la parola hammam, deriva dall’attribuzione convenzionale ai Turchi di un’usanza che essi avevano appreso in realtà dagli Arabi.

La prescrizione religiosa del bagno rituale si trasformò presto in un’abitudine igienica.

Uomini e donne, infatti,  frequentavano l’hammam almeno una volta a settimana, in orari separati.

Questa possibilità era consentita a tutti, anche ai più poveri.

Soltanto le lussuose dimore dei califfi e di pochi altri ricchi erano dotate di bagni privati.

Le operazioni del bagno erano le stesse che ancora oggi si compiono in qualunque hammam: dopo aver depositato gli abiti nello spogliatoio e indossato un semplice telo e un paio di zoccoli, si entrava in una stanza dal soffitto a volta, satura del vapore prodotto da vasche di acqua calda. 

Le terme più eleganti erano interamente ricoperte da maioliche raffinate e colorate, che riproducevano i motivi tipici dell’arte islamica.

Al bagno seguiva la sfregatura del corpo, con un guanto di crine o la pietra pomice, e quindi un massaggio prolungato con oli profumati.

In queste operazioni i ricchi si facevano assistere da inservienti specializzati, mentre la gente comune si aiutava a vicenda.

Il tutto si svolgeva lentamente e poteva prolungarsi per ore.

Come nelle terme romane, anche nell’hammam i rapporti sociali erano intensi e costituivano l’unica opportunità lecita per le donne di intrattenere relazioni sociali all’esterno delle mura domestiche.

Per le donne  musulmane l’hammam era il luogo per eccellenza dove profumarsi, usare creme e unguenti, depilarsi e tingersi i capelli con l’henné.

Nel mondo musulmano, la religione rappresentò dunque un impulso importante al progresso dell’igiene.

L’osservanza dei lavaggi rituali, unita alla tradizione romana delle terme, assicurò per molti secoli alle città islamiche un livello igienico molto superiore a quello delle città cristiane.

I musulmani che avevano l’occasione di visitare una città europea,  restavano letteralmente inorriditi dalla sporcizia che regnava ovunque, sulle cose come sulle persone.

Insistendo sulla contrapposizione netta tra corpo e anima, e indicando nel corpo la fonte del peccato, il Cristianesimo dell’epoca aveva insinuato l’idea che persino l’igiene potesse essere una pratica peccaminosa.

Le epidemie che sconvolsero il mondo tardo romano e soprattutto le popolazioni del Medio Evo e dell’Età moderna, sono da attribuire principalmente alla scarsa igiene.

Tutto dipendeva dall’acqua: mentre i Romani avevano fatto investimenti enormi nel settore dell’approvvigionamento idrico e avevano creato un’imponente rete di acquedotti, con la caduta dell’Impero tutte queste strutture vennero private della manutenzione necessaria e caddero in abbandono. Tra l’altro, l’entrata in disuso delle terme contribuì a rendere l’ambiente cittadino più sporco e malsano.

Vennero a mancare, infatti, le acque di scolo delle terme che servivano alla pulizia delle latrine pubbliche e defluivano nella rete fognaria favorendo lo smaltimento dei liquami.

Nel Medio Evo  l’arretratezza dell’igiene e della medicina era la causa di un tasso di  mortalità molto alto. Una donna su sette, ad esempio, moriva durante il parto o per le sue immediate conseguenze.

Di fronte al dilagare della peste, la medicina del tempo non aveva gli strumenti adatti per piegare e debellare tale malattia.

La teoria più accreditata, risalente ai trattati di Ippocrate e Galeno, era quella miasmatica che interpretava le pestilenze come malattia dell’aria che si trasmetteva all’uomo.

A tale teoria si aggiunse quella astrologica, di origine araba, risalente ad Avicenna, Averroè, Rhazes, che spiegava le malattie umane facendo ricorso all’influenza degli astri.

Casella di testo:  I medici veri e propri nel tardo Medio Evo erano rari, e gli ammalati erano costretti ad affidarsi alle cure di personaggi che avevano poco in comune con il mondo della medicina.

In assenza di cure specifiche, i medici medievali suggerivano rimedi preventivi consistenti nella purificazione del corpo e dell’aria circostante: stare tappati in casa, sottoposti a salassi e purghe, avvolti dall’incenso e da nubi aromatiche, senza svolgere alcun esercizio fisico che avrebbe dilatato i pori e avrebbe fatto respirare una maggiore quantità d’aria aggravando i rischi del contagio.

Poiché si riteneva che la malattia fosse trasmessa attraverso i pori della pelle, era assai diffusa la paura dell’acqua, basata sulla teoria “scientifica” del corpo poroso.

Occorreva pertanto conservare il corpo impermeabile e prendere il bagno completo con mille precauzioni e solo in casi rarissimi, addirittura su prescrizione medica.

Questa concezione molto diffusa ancora nei secoli XVI-XVIII, scomparirà  solo nell’800 con la scoperta dei microbi.

L’inspiegabilità della malattia e l’impotenza della medicina scatenavano ansie e paure collettive.

Sentendosi indifesi, gli uomini avevano spesso più fiducia nei maghi che nei medici:amuleti, talismani, sortilegi e ogni sorta di incantesimi alimentavano la fiducia in una protezione soprannaturale. Spesso i malati facevano ricorso alle vecchiette specialiste in infusi e tisane.

Non di rado il talento di queste guaritrici appariva quasi stregonesco e i confini tra medicina e magia risultavano abbastanza confusi.

La propagazione della peste suggestionò profondamente la mentalità collettiva alimentandone le fantasie, provocando comportamenti isterici.

Si divulgò la paura del “fantasma della peste” dalle lunghe banche e dal mantello rosso, a volte identificato con il diavolo in persona, vestito di nero e con lo sguardo fiammeggiante, a volte con una vecchia anch’essa vestita di nero, col viso nascosto da un fazzoletto bianco.

Si diffuse il fenomeno dei flagellanti, bande di penitenti che andavano di città in città mortificandosi e frustandosi a sangue per placare la collera divina, credendo di raggiungere in questo modo quell’immacolata purezza che li avrebbe difesi dal morbo.

Per placare l’angoscia era necessario individuare a tutti i costi un colpevole, qualcuno che doveva essere necessariamente “diverso” rispetto alla grande maggioranza dei membri della comunità, un individuo che per la religione, il m odo di vestire, di mangiare, di comportarsi, appariva anomalo rispetto al gruppo.

Gli Ebrei furono tra le prime vittime dell’aggressività popolare, anche se da fonte diversa (Clemente VI) si sosteneva che anch’essi morivano di peste come i loro simili.

Gli Ebrei infatti venivano accusati di avere crocifisso Cristo, di praticare culti assimilabili con l’eresia, di esercitare attività odiose quali il prestito ad interesse e di affamare il popolo.

Ma gli Ebrei non furono le uniche vittime innocenti della paura e della violenza collettiva. Anche i lebbrosi furono perseguitati in quanto si riteneva che essi, per vendicarsi della segregazione cui li aveva condannati la comunità, avessero avvelenato l’aria e l’acqua: un’accusa gravissima che poteva sfociare in terribili massacri.

Alla fine del ‘300, nel clima di insicurezza collettiva, iniziò una vera e propria “caccia alle streghe” che si intensificò nei secoli successivi.

Il “Malleus maleficarum” (il martello delle streghe) scritto nel 1487 da due domenicani tedeschi come manuale per i giudici dell’Inquisizione, conobbe una grande e rapida diffusione.

I roghi contro le streghe si accesero a migliaia in Europa, con il consenso di tutti gli strati dell’opinione pubblica. Tra il 1560 e il 1630, ventimila persone furono mandate a morte. Casella di testo:  La paura delle streghe nasceva dal fatto che si immaginava un complotto, tramato dal diavolo, contro l’umanità con la complicità di esseri umani.

Il Malleus maleficarum, teorizzando la naturale inferiorità intellettuale e morale delle donne, e riassumendo tutti i luoghi comuni del più violento antifemminismo ecclesiastico, sosteneva che la donna avrebbe un’innata inclinazione al male in quanto è “più carnale dell’uomo”.

Lo stesso termine “femmina è fatto derivare da “fede” e “meno”: la donna ha minore fede e la serba ancora meno.

Dunque essa diventa facilmente uno strumento delle operazioni diaboliche.

Emerge il fantasma della sessualità insaziabile e demoniaca della donna che, per soddisfare la sua libidine, sarebbe disposta ad accoppiarsi con il diavolo, generando esseri mostruosi.

Non furono solo i monaci, tuttavia, o il popolo superstizioso a credere nelle streghe, ma anche gli individui appartenenti ai ceti più elevati.

La psicosi crebbe ancora di più nella seconda metà del ‘500, quando i giudici, in seguito ai processi, diffusero un numero impressionante di confessioni in cui le accusate ammettevano di aver partecipato ai “Sabba” (convegni con il diavolo) e di essere penetrate nella notte nelle case per succhiare il sangue ai bambini fino ad ucciderli. Naturalmente tali confessioni erano tutte estorte con la tortura.

Come mai, ci si chiede, la “guaritrice”, da figura prestigiosa e benefica per la comunità, si trasformò in questo periodo in una “strega”? Il problema resta ancora oscuro.

Bisogna considerare che la caccia alle streghe segnò la liquidazione, da un canto, del ruolo di primo piano che la donna esercitava in quanto esperta della teoria empirica della medicina popolare; dall’altro, dell’aura di potere magico che, fin  dalle origini, avvolgeva la sua funzione di presiedere al mistero della nascita attraverso la procreazione.

Secondo alcuni storici, la stregoneria poteva derivare da antichi riti pagani legati ai culti agrari della fertilità della terra, che si celebravano in regioni marginali di montagna o di campagna, ai quali si erano sovrapposte le credenze cristiane, e che pertanto venivano percepiti come diabolici, dunque da   reprimere.

Certamente antifemminismo, sessuofobia, repressione delle pratiche pagane, vanno inquadrati nel clima generale di intolleranza e violenza che travolse l’Europa della Riforma e della Controriforma e che colpì indiscriminatamente ogni forma di dissidenza e devianza.

Casella di testo:  A farne le spese furono le minoranze etniche e religiose, i poveri, i folli e soprattutto le donne.

Comunque anche i più rozzi costumi del Medio Evo non ignorarono i cosmetici.

Le numerose ricette cosmetiche del sec.XII, tramandate sotto il nome di Trotula,attestano infatti l’esistenza di una fiorente cosmetica medievale.

Trotula, donna coltissima e medico della scuola salernitana, nell’opera “De ornatu  insegnava alle donne come eliminare rughe e peli superflui, come rendere smaglianti i denti e la pelle bianca e libera da impurità, come evitare le borse sotto gli occhi e le screpolature, ma anche come truccare viso e labbra e tingere di biondo o di nero i capelli.

Per ottenere dei capelli biondi, Trotula proponeva una tintura ottenuta con corteccia di sambuco, fiori di ginestra, zafferano e tuorlo d’uovo; per allungare i capelli e tingerli di nero, consigliava un unguento ottenuto facendo bollire in olio la testa e la coda di una lucertola verde; per il trucco del  viso, una mistura di miele, vitalba, cetriolo e acqua di rose, bolliti fino consumarne la metà; le labbra venivano truccate strofinandovi la corteccia di radici di noce e passandovi poi sopra un colore artificiale ottenuto da un’alga, bianco d’uovo e prezzemolo, infine polvere di allume.

 Infine per schiarire il viso Trotula consigliava un unguento di cera e olio.

La diffusione delle opere di autori arabi ebbe inizio nella seconda metà del sec.XII con le svariate traduzioni di Gherardo da Cremona, ma la grossa circolazione avvenne nel XIII sec.grazie ai monaci appartenenti all’ordine benedettino che tradussero e copiarono i testi.

Si trattava di testi compilativi, dettati più da scopi pratici che da intenti dottrinari;solo raramente presentavano qualche giudizio critico sul pensiero degli antichi e degli arabi.

Con Aldobrandino da Siena,un medico senese, forse appartenente alla famiglia Piccolomini, abbiamo il primo libro di medicina scritto in volgare francese e non in latino, il Régime du corps o Livre de santé.

Anche in questo caso si tratta di un’opera compilativa le cui fonti sono Avicenna, Isaac, Rhazes    che a loro volta si rifacevano alla dottrina di Ippocrate e Galeno.

Agli inizi del Trecento, il notaio Zucchero Bencivenni volgarizzava in fiorentino l’opera, ponendola alla portata di un pubblico più vasto.

Pietro Ispano, divenuto successivamente papa con il nome di Giovanni XXI, compose il Thesaurus pauperum, un’opera assai conosciuta ed una delle prime ad essere stampate alla fine del Quattrocento, in cui, oltre a prescrivere farmaci adatti alle tasche dei poveri, dedica qualche pagina  alla cosmesi proponendo ricette con ingredienti umili.

Anche Arnaldo da Villanova o Catalano prescriveva terapie e rimedi contro pulci e pidocchi a base di sostanze, soprattutto erbe, accessibili ai ceti subalterni

Anche se non è, dunque , da sottovalutare l’esistenza di tutto un vasto filone di cosmetica medievale, i canoni della bellezza subirono però una vera e propria rivoluzione tra la fine del Medioevo e l’età moderna: l’individuo emerge dal gruppo, mentre si affermano nuovamente il culto del corpo e il gusto del piacere.

In particolare il Rinascimento italiano fu all’origine del superamento di certi retaggi del passato nei confronti del corpo e favorì il ritorno agli ideali classici di bellezza spirituale, ma anche terrena. 

Tali ideali subirono una schematizzazione che per circa tre secoli rimase immutata. E le donne, sopratutto quelle delle classi sociali più alte, si sottoposero ad una serie di operazioni cosmetiche spesso costose e talvolta anche dolorose, proprio per essere conformi a quei canoni: pelle bianchissima, assenza di peli, labbra e guance rosse, figura opulenta che diversificava la dama facoltosa dalle donne magre e scure appartenenti alle classi povere.

Trattati di medicina e testi narrativi dal Rinascimento al Barocco concordavano tutti sull’importanza da attribuire alle cure estetiche.

In un panorama per lo più maschile, in cui gli uomini imponevano alle donne, le principali utenti dei consigli cosmetici, i propri criteri di bellezza, vi furono alcune eccezioni di “medichesse popolari, di suore che nei loro monasteri praticavano la farmacopea, o di grandi dame. Tra queste ultime la Contessa Caterina Sforza, che alla fine del ‘400 compilò un Liber de experimentis, un ricettario in cui si susseguono ricette in ordine disparato, nelle quali la cosmesi si mescola con l’alchimia e la magia con la medicina.

Erano gli anni in cui lo svizzero  Theophrast Baumbast, detto Paracelso,  alchimista, naturalista e commerciante in cure mediche, affermava in tutta Europa, tra le contestazioni della medicina ufficiale, le sue dottrine anti-intellettualistiche e anti-libresche, fondate sull’esperienza diretta della natura. Per lui il medico, oltre ad essere tale, doveva essere chirurgo, alchimista, scienziato e astrologo.

In Toscana, nel ‘500, la botanica e la mineralogia furono studiate con rinnovato fervore, che favorì l’edizione di numerose opere scientifiche dove si consigliava l’uso di erbe, pietre, minerali ed animali, non solo per medicare, ma anche per curare l’aspetto esteriore.

Casella di testo:  Risale a questo periodo il Ricettario Fiorentino che rappresenta anche per i profumi il testo più autorevole del tempo.

Nell’officina profumo-farmaceutica di Santa Maria Novella, è ancora oggi possibile osservare preziosi cimeli di storte (recipiente munito di collo ricurvo usato per la distillazione), alambicchi, bottiglie, manoscritti di ricette di creme, polveri profumate, sali di lavanda, profumi, saponi, ecc.

Al senese Pietro Andrea Mattioli si deve una fortunata serie di edizioni (la prima risale al 1544) dei Discorsi sui libri di Dioscoride, il più celebre farmacologo dell’antichità, vissuto sotto l’imperatore Claudio nel I secolo d.C., in cui si trovano anche frequenti riferimenti a proprietà cosmetiche di varie sostanze, oltre ad alcuni consigli relativi al “decoro del corpo”.

Contemporaneo di Mattioli fu il bolognese Leonardo Fioravanti, seguace incondizionato di Paracelso, considerato da alcuni un cultore della scienza, da altri poco più che un venditore ambulante. Il Fioravanti elargiva una serie di consigli che spaziavano dalla medicina alla magia, nonchè alla cosmetica, in De’ capricci medicinali, opera del 1564 che conobbe notevole diffusione, così come i Libri di secreti stampati dal 1561 al 1580.

Tra le fine del ‘500 e gli inizi del ‘600, il Principe Antonio de’ Medici, fornito di cultura paracelsiana, contribuiva alla diffusione della “filosofia chimica” e nel suo laboratorio noto come Casino di S. Marco sperimentava ricette medicinali e di altro tipo, spesso scritte in un linguaggio rituale, raccolte nell’opera Segreti sperimentati,dove l’alchimia si mescola spesso alla superstizione.

Esemplare quest’acqua oculare:”piglia limatura d’oro, d’argento, di bronzo, ponle una notte in urina di fanciullo, un’altra in vino bianco, l’altra in sugo di finocchio, l’altra in latte di donna”.

Nel 1657 il Cardinale Leopoldo de’ Medici favorì la creazione a Firenze dell’Accademia del Cimento, un cenacolo frequentato da personaggi vicini a Galileo, quali il fondatore Vincenzo Viviani, Carlo Roberto Dati, Lorenzo Magalotti e Francesco Redi, (gli ultimi due tra l’altro padri della fisica e metafisica dell’olfatto).

Costoro legarono la fisica sperimentale alla scienza piacevole e nelle stanze dell’accademia, mentre si discuteva di filosofia e di letteratura, si sprigionavano fragranze profumate.

Era infatti diffusa la credenza nella proprietà terapeutico-afrodisiaca dei profumi, adoperati anche in medicina come antidoti contro la peste, che però, ovviamente, continuava ad imperversare.

Il Redi in particolare, sosteneva le virtù salvifiche delle medicine e dei cibi profumati.

Su questa scia imperversava tra i ricchi la moda della cioccolata al gelsomino o dei sorbetti carichi di ambra e muschio.

Nello stesso secolo, nel 1666, vide la luce il Teatro farmaceutico dogmatico e spagirico del Donzelli, considerato da tutti i medici e gli speziali quasi un testo sacro.

Ai trattati scientifici si aggiungeva tutto un filone letterario d’epoca, idealizzante il tipico “Amante gentile”: uomo o donna che fosse, era ben pettinato, masticava cardamomo o liquirizia, e olezzava di violetta e di iris, chiodi di garofano e noce moscata, mescolati alle più sensuali “note di corpo” sprigionate da ambra, zibetto, muschio e castoreo; queste ultime sostanze sono tutte ghiandole sessuali di animali,  non a caso adoperate nell’arte profumiera in cui non è da sottovalutare la componente afrodisiaca.

 Giovanni Battista Marino nelle Rime decantava il pallore dell’amata e nell’Adone descriveva la toilette di Venere dalla bionda capigliatura così profumata da confondere i sensi e il cervello.

Tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600 la moda dei profumi dalla Francia si diffuse in tutto il continente europeo.

Donne e uomini portavano le essenze oltre che sulla pelle e sui vestiti, racchiuse in piccole anfore e in globetti tenuti sulla persona.

La fede nelle proprietà terapeutiche dei profumi, unitamente alla passione per i cosmetici ambrati e muschiati continuerà in tutta Europa fino almeno alla metà del ‘700. del resto il “diletto dell’olfatto”, oltre che costituire un aspetto della filosofia del sensismo era una risposta dei ceti abbienti ai miasmi della città e alla scarsa igiene personale.

Nei secoli XVI –XVIII, a causa della peste e della sifilide, che si credevano originate dagli odori, poiché era assai diffusa la paura dell’acqua, si ricorreva a sostituti “bagnati” quali unguenti e “decottioni” e a sostituti “asciutti”, quali profumi e ciprie, per coprire gli odori sgradevoli.

Profumi, unguenti e ciprie costituivano infatti, per entrambi i sessi, oltre che un sistema di “pulizia”, anche una componente importantissima della seduzione e contemporaneamente un mezzo per manifestare il proprio desiderio di sfarzo. L’unica pratica igienica attuata con una certa frequenza presso le classi alte, era la lavatura della testa.

Esisteva tutta una serie di cosmetici le cui ricette erano diffuse da libretti chiamati “Secreti, lucidari, tesori”. Questi libretti, che proliferarono nelle “officine” e nelle case di tutta Europa a partire dal Rinascimento fino alle soglie dell’800, contenevano una miriade di consigli e ricette di profumi e cosmetici alcune già conosciute attraverso i manoscritti medievali.

I manuali delle officine erano copie di ricette delle opere più note, spesso di autori arabi, che venivano trascritte ad opera di monaci o di speziali ed erano spesso tramandate dal farmacista al suo successore, per lo più il figlio. 

In tali ricettari, caratterizzati per lo più da maggiore scientificità e dal ricorso ad una terminologia più tecnica, i consigli cosmetici occupavano però un posto minoritario.

Le raccolte casalinghe invece erano più eclettiche, e ai segreti di bellezza, copiati dai testi farmaceutici, alternavano ricette di cucina e informazioni astrologiche o magiche.

I libretti di “segreti” venivano così tramandati nelle case dei ceti abbienti, ma anche a volte presso famiglie meno facoltose, dalla  madre alla figlia.

I rimedi consigliati erano del tipo più svariato, su base medica, erboristica, chimica ma anche magica-superstiziosa. L’attenzione era focalizzata soprattutto sui capelli, il viso, il collo, il seno e le mani, cioè le parti che restavano scoperte dagli abiti allora di moda.

Mezzi depilatori di vario tipo, anche brutali (calce viva, pece, ecc.) venivano applicati sopratutto sulla fronte da rendere alta e convessa e sulle sopracciglia considerate antiestetiche. Depilando la fronte si cercava infatti di ottenere un volto simile a quello delle stature dell’antichità.

Non solo il viso ma tutto il corpo doveva essere bianchissimo e morbido, come ci testimonia la ritrattistica dei secoli passati, per differenziare i cittadini dai disprezzati abitanti della campagna esposti al sole durante il lavoro.

L’iconografia testimonia inoltre l’uso del trucco: i belletti erano di moda e segno del rango sociale come la veste sontuosa.

La preparazione ed esecuzione dei rimedi richiedeva spesso tempi molto lunghi che confermano ancora una volta l’appartenenza delle utenti al ceto nobiliare o alla ricca borghesia.

Casella di testo:  Molti degli ingredienti utilizzati in tali ricette sono ancora oggi in uso: aloe, resina, muschio, ambra ed altre erbe; altre sostanze invece possono disorientare e disgustare, come i “chiodi rugginosi”, il “latte di donna che allatti figlia femmina” e “l’urina di putto”. Altre sostanze quali “l’argento di cupella” sembrano rinviare ai misteri alchemici, mentre la “polvere di coralli” il cui valore terapeutico era garantito da una lunga tradizione astrologica, o il “sangue di drago”, rimandano alla magia. Del resto l’arte dei profumi è sempre stata legata a quella della magia, anche nel mondo romano. Narrano infatti le Metamorfosi di Apuleio che Lucio, dopo un salutare pasto di rose, guariva dall’incantesimo di una maga che l’aveva trasformato in asino con un’errata miscela di profumi.

A proposito dei grassi, assai usati in cosmetica, non può non essere citata qualche notizia tratta da fonti archivistiche sulla fabbricazione del sapone, ottenuto dai “fondacci” di varie sostanze grasse.

Attorno al 1460 non si fabbricava ancora nella città di Siena sapone bianco, ma i governanti reputavano che si trattasse di un tipo di fabbricazione da incoraggiare, tanto che incaricarono Domenico di Pietro di Antonio, aromatario, su sua richiesta, di intraprendere per cinque anni tale arte. In un primo tempo la produzione del sapone bianco fu fatta in regime di appalto; mentre nel ‘700 in regime di concorrenza. Si ha infatti una testimonianza che il sapone era fabbricato da più tintori.

“Per fare il sapone tenero da Buggea sono gli fondacci d’olio, di strutto, di candeli e di lardo invecchiato”.

“Per fare 200 libbre di sapone occorrono 100 libbre di detto grasso mescolato il buono con il cattivo”.

I prezzi variavano a seconda dell’abbondanza o della scarsezza dei materiali.

Oltre al sapone ordinario fatto sopratutto di “fondacci”, erano però in commercio saponette “odorifere” di buona qualità che si ottenevano, come si legge nel “libretto di segreti cosmetici dell’Archivio di Stato di Siena, in questo modo: “Piglia sapon biancho ben grattato et sbruffalo con acqua rosa e lassalo stare per otto giorni;  poi aggiogne latte, machabel, moscho grani sei, zibetto grani tre e fa pasta”. Si  precisa che il machabel prescritto nella ricetta, può servire per tentare di circoscrivere l’epoca di stesura del libretto di segreti; è infatti possibile, anche se non sicuro, che con tale misterioso vocabolo si volesse indicare la machauba, pianta importata dal Brasile e conosciuta a partire dal secolo XVII.

Si producevano anche “saponetti negri”:”Piglia polvere di garofani, di cannella e di noce moscata equal parte e ireos dramme tre; ogni cosa incorpora con acqua rosa”.

Curiosità e ironia di fronte alle sostanze usate nel passato costituiscono le tipiche reazioni di noi moderni, ma rischiano di fuorviare il giudizio storico: la scienza protomoderna non aveva affatto rinnegato, nel ‘600 e ancora nel ‘700, l’antico rapporto di collaborazione con i cercatori di erbe, i guaritori, gli stregoni, e la categoria degli speziali si serviva ancora, insieme alle erbe, di ritrovati alchemici e magici per curare le malattie.

Medicina galenica, farmacologia aristotelica-ippocratica, cultura arabo-islamica, convivevano infatti con un mondo ancestrale di pratica erboristica.

Dalla fine dell’800 si è passati da un tipo di formulazione e preparazione dei prodotti ancora empirico e artigianale ad una lavorazione industriale e scientifica  che ha favorito lo sviluppo di una vera e propria “chimica cosmetica” ed alimentato un fiorente commercio.

 

 

Numerose sono ancora oggi, perché insostituibili, le sostanze naturali impiegate in cosmetologia, anche se i metodi estrattivi e di purificazione si sono industrializzati.

Molte di esse, ove il processo si riveli economico, sono prodotte per via sintetica.

Le sostanze naturali di più largo impiego vanno da sostanze naturali come talco, caolino, argilla, gesso, a sostanze organiche come alcool,  cere, grassi, oli animali e vegetali, oltre agli svariati estratti ed essenze vegetali che apportano ai cosmetici sia proprietà specifiche (con ruolo di principi attivi) sia la componente aromatica che, fondamentale per i profumi, è altresì indispensabile attributo per la maggior parte dei prodotti cosmetici.