Unione Europea

Fondo Sociale Europeo

 

Ministero della Pubblica Istruzione

Dipartimento per l’Istruzione

Direzione Generale per gli Affari Internazionali

Uff. V

PROGRAMMA OPERATIVO NAZIONALE 2007-2013 /OBIETTIVO “CONVERGENZA”

“COMPETENZE PER LO SVILUPPO” – ANNUALITÁ 2007

 

 

 

        

 

 

Album

delle piante dell’Etna

 

 

 

 

 

 

Realizzato dagli allievi della classe II A LB

 

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Introduzione

 

E’ nello splendido paesaggio siciliano che si innalza imponente,il più grande vulcano attivo d’Europa:la nostra Etna.

Conosciuta come “Mungibeddu” o anche “a montagna” dai paesani, l’Etna ospita da sempre una miriade di paesaggi grandiosi e inconsueti, e di risorse ambientali dai colori e dalle forme più svariati.Prima di iniziare a parlare di questo grande patrimonio ambientale,cerchiamo di precisare meglio il significato dei termini flora e vegetazione,che può sembrare abbiano lo stesso significato.La flora è costituita dalle piante che vivono in un determinato territorio e che però vengono considerate singolarmente;la vegetazione è sempre il complesso di piante che vivono in un ambiente,ma queste ultime non vengono considerate singolarmente,bensì in rapporto con le altre specie con cui vivono.

Oltre alle sue meraviglie paesaggistiche,l’Etna ci stupisce fin dai tempi più antichi con eruzioni e colate laviche grandiose,che anche se atterriscono gli abitanti del luogo,ci regalano visioni spettacolari.Infatti l’Etna costituisce anche un pericolo e una minaccia costante per gli abitanti che vivono nei centri abitati situati fino a 1000m di altezza. Le piante sulle sue pendici ricorrono a continui adattamenti o addirittura sono costrette a ricominciare daccapo colonizzando le nuove colate laviche. Inoltre, al di là dei 2000 metri di altezza, si sono stabilite e originate delle specie "endemiche" e quindi esclusive dell'ambiente etneo che danno alla nostra "Montagna" un aspetto originale e unico al mondo.La grande varietà di paesaggi che essa presenta è data soprattutto dal clima Mediterraneo,nella quale l’Etna è immersa.In base all’altitudine,infatti,cambia il clima ed è proprio grazie a questo che possiamo trovare diversi ambienti.Anche se tali ambienti hanno subito gli antichi interventi da parte dell’uomo,questi ultimi hanno contribuito all’arricchimento del paesaggio.

Con i suoi 3.340 metri di altezza,l’Etna può essere suddivisa in tre tradizionali zone altitudinali:zona pedemontana,zona nemorosa e zona scoperta,che si differiscono per la vegetazione.La zona pedemontana è quella che si trova ai piedi della montagna  ed è caratterizzata soprattutto da colture(agrumi,vite).Qui inoltre possiamo trovare piccoli e grandi centri abitati;la zona nemorosa è distribuita attorno al vulcano ed è costituita principalmente da boschi(castagneti,pino laricio);infine la zona scoperta che si trova al di sopra dei boschi è caratterizzata da una vegetazione che riesce a insediarsi e a vivere tra le sabbie e i lapilli dei ripidi pendii.

Il vulcano è anche prodigo di vantaggi:infatti i materiali vulcanici costituiscono un terreno fertilissimo che alimenta una coltura intensiva,articolata in vigneti,agrumeti,colture ortofrutticole;inoltre l’Etna è da sempre stata un forte richiamo per il turismo.

 

 

 

 

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Proprio per questa flora,così ricca e varia,i ragazzi partecipanti al progetto PON hanno realizzato e compilato delle schede floristiche sulla vegetazione etnea.Le specie vengono presentate,indicando la famiglia,il nome scientifico e il nome italiano.Inoltre in ogni scheda abbiamo tenuto conto dei seguenti elementi:

 

·         areale(zona di insediamento della pianta);

·         usi della pianta;

·         fenologia(rapporto tra il clima e gli effetti che esso provoca sulle piante);

·         ecologia(relazioni tre gli esseri viventi e l’ambiente in cui vivono);

·         leggende;

·         curiosità;

·         note botaniche.

Le schede presentate nel seguente “erbario”saranno disposte in ordine alfabetico.

Nonostante i recenti interventi dell’uomo,che hanno modificato gli equilibri preesistenti e le continue eruzioni che mettono in pericolo gli abitanti,l’Etna rimane motivo di grande orgoglio per tutti i siciliani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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                                                                                                                             Astragalo siciliano

Immagine:Astragalus_siculus.jpg
Astragalus siculus

 

Classificazione scientifica

Regno:

Plantae

Divisione:

Magnoliophyta

Classe:

Magnoliopsida

Ordine:

Fabales

Famiglia:

Fabaceae

Genere:

Astragalus

Specie:

A. siculus

Nomenclatura binomiale

 

Astragalus siculus

Nomi comuni

Astragalo dell'Etna

Astragalus siculus

 

L'astragalo siciliano (Astragalus siculus), o astragalo dell'Etna, è una pianta appartenente alla famiglia delle Fabaceae, endemica della Sicilia.

Diffusione e habitat

Si trova esclusivamente sul versante meridionale dell'Etna.

Cresce su pendii aridi di lava acida, ad un altitudine compresa tra 1000 e 2400 m.

 

FABACEAE (PAPILIONACEAE)

 

La famiglia delle Fabaceae comprende un elevato numero di specie prevalentemente erbacee, diffuse soprattutto nelle regioni temperate e fredde, con pochissimi rappresentanti nelle regioni tropicali, per lo più ad habitus legnoso. L'apparato vegetativo è spesso volubile o strisciante e le foglie, per lo più composte e quasi sempre alterne, possono essere provviste di viticci o cirri. Diverse specie hanno, poi, un habitus fanerofitico e in tal caso, talvolta, possono essere quasi prive di foglie, svolgendo i processi fotosintetici nel fusto e nei rami (Spartium junceum). I fiori sono spesso raccolti in infiorescenze a grappolo.

Il frutto è un legume con peculiari modificazioni morfologiche da un genere all'altro che gli conferiscono notevole importanza diagnostica. Il legume si apre dall'alto in basso lungo 2 linee di sutura che corrispondono alle placente e alla nervatura dorsale del carpello. Il legume può essere plurispermo (Lotus) o monospermo (Trifolium). La

 

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disseminazione può avvenire attivamente, per lancio (Sarotamnus), o passivamente, ad

 

esempio per trasporto da parte di animali (Medicago). I semi contengono notevoli

quantità di riserve proteiche unite a sostanze amilacee nei cotiledoni, mentre manca l'albume. L'impollinazione è di regola entomogama.

L'importanza economica delle leguminose è grandissima e numerose specie sono utilizzate per l'alimentazione umana o come foraggio per il bestiame. Tra le prime la fava, Vicia faba, il pisello, Pisum sativum, il cece, Cicer arietinum, la lenticchia, Lens culinaris, tutti largamente coltivati nelle regioni del Mediterraneo, i fagioli, Phaseolus vulgaris e P. coccineus, di origine americana, la soia, Glicine max, proveniente dell’Estremo Oriente, la cui crescente importanza come seme oleaginoso ne fa oggi una delle colture più diffuse, l'arachide, Arachis hypogea, coltivata nei paesi caldi, il fagiolino, Vigna unguiculata, la cicerchia, Lathyrus sativus, coltura in via di scomparsa. Tra le più importanti specie foraggere si ricordano le specie dei generi Trifolium, Medicago, Lupinus. Sfruttando la naturale tendenza delle leguminose a entrare in simbiosi con batteri azoto-fissatori, alcune di queste specie vengono anche utilizzate in agricoltura con la tecnica del sovescio per arricchire i terreni poveri di sostanze azotate.

Allo stato spontaneo nelle nostre regioni le leguminose sono abbastanza diffuse, soprattutto nelle aree in cui abbondano gli incolti e i campi a riposo (Tetragonolobus purpureus, Lotus edulis, Vicia sativa). Esse sono presenti anche, con il genere Astragalus, nella vegetazione altomontana delle grandi montagne del Mediterraneo (Astragalus siculus sull'Etna, A. nebrodensis sulle Madonie), nei boschi mesofili (Lathyrus venetus), negli arbusteti termofili (Calicotome infesta), negli arbusteti mesofili (Sarotamnus scoparius), nelle praterie steppiche (Lathyrus articulatus), nei praticelli effimeri di zone aride (Trifolium scabrum), nei pascoli mesofili (Trifolium repens), sulle spiagge sabbiose (Lotus commutatus), sulle coste rocciose (Lotus cytisoides).

                                                                                                                                                                                           Grillo Gloria

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Betulla

Betula è un genere di piante della famiglia delle Betulaceae, genericamente note come betulle. Il genere comprende oltre 40 specie originarie dell'emisfero nordico, in special modo le zone scandinave. Il nome del genere deriva dal celtico betu che significa appunto "albero".

Si tratta di alberi e arbusti a fogliame deciduo che possono raggiungere i 15-30 m di altezza, foglie variamente formate e sfumate di verde a seconda della specie o varietà, la specie più diffusa è la Betula pendula, da alcuni autori considerata una sottospecie o varietà di B. alba, e chiamata volgarmente Betulla bianca, Betulla pendula o Betulla d'argento, che predilige terreni acidi, poveri, sabbiosi o ciottolosi; mentre la Betula pubescens nota col nome di Betulla pelosa o Betulla delle torbiere, dalle foglie pelose, predilige terreni paludosi o torbosi, di dimensioni analoghe alla B. pendula anche se si presenta più frequentemente come alberetto o cespuglio. Le Betulle si caratterizzano per la corteccia bianca argentata dovuta alla presenza di granuli di Betulina, dotate di una notevole rusticità, resistendo a condizioni ambientali avverse, resistendo a geli improvvisi e prolungati e a lunghi periodi di siccità, diffuse nelle regioni del Picetum, Fagetum e Castanetum, ma spingendosi anche nelle zone superiori e inferiori.

Esistono tantissime specie di Betulle tra cui:

  • Betula czerepanovii                                         
  • Betula davurica Betula czerepanovii                                         
  • Betula davurica
  • Betula divaricata
  • Betula ermanii
  • Betula pendula (= Betula verrucosa)
  • Betula pubescens
  • Betula ermanii
  • Betula aetnensis
  • Betula alba
  • Betula albosinensis
  • Betula alleghaniensis
  • Betula alnoides
  • Betula alnus
  • Betula alpestris
  • Betula apoiensis
  • Betula arguta
  • Betula aurata

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  • Betula bhojpattra
  • Betula chinensis
  • Betula cordata
  • Betula corylifolia
  • Betula costata
  • Betula cylindrostachya

 


Betula sp.

Classificazione scientifica

Regno:

Plantae

Divisione:

Magnoliophyta

Classe:

Magnoliopsida

Ordine:

Fagales

Famiglia:

Betulaceae

Genere:

Betula

COLTIVAZIONE

Le Betulle vengono coltivate come piante ornamentali per l'eleganza del fogliame e il fusto dalla corteccia bianca maculata di nero, in parchi o giardini, su terreni sciolti e freschi. In silvicoltura vengono utilizzate per consolidare frane, detriti di falda o per il rimboschimento di pascoli e cedui.Nell'Arboricoltura da legno viene coltivata a Fustaia con turni di 40-50 anni, o più raramente a Ceduo per la produzione del legname usato nell'industria del mobile. Viene anche coltivata per le proprietà officinali e medicinali. Si moltiplica naturalmente per seme, per talea dei polloni o si piantano soggetti di due anni provenienti dai vivai.

 

 

La Betulla dell’Etna

Albero dal portamento elegante, insolito in zona mediterranea, dal sapore di favole e leggende nord europee. Adattandosi a questo habitat particolare ha modificato i suoi caratteri, diversificandosi dalle altre specie di betulle (B. pendula - B. pubescens) presenti in Europa. E' specie esclusiva dell'Etna. Qui riesce ad esprimere una particolare bellezza ed una capacità notevole di adattamento alle condizioni più diverse . Alta e slanciata in terreno piano e riparato,diventa più tozza se il terreno é scosceso e poco profondo , piegandosi  fino a terra se esposta al vento .Riesce a crescere, sopravvivere e svilupparsi anche in condizioni "estreme" .

 

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NOME VOLGARE: Betulla dell'Etna

NOME SCIENTIFICO: Betula aetnensis

FAMIGLIA: Betulaceae

 

HABITAT

Prospera bene in alta quota, sul suolo vulcanico leggero, umido e ricco di humus. E' in grado di resistere al caldo e ai freddi intensi. La caratteristica più peculiare, che la differenzia dalle altre specie del genere Betula, è un apparato conduttore adattato a sopravvivere in condizioni di caldo e freddo estremi, che consentono a questa specie di colonizzare ambienti generalmente preclusi ad altre specie arboree e cresce in formazioni boschive ad un altitudine compresa tra i 1300-2100 m di altezza.

 

CARATTERISTICHE

 

E’ una pianta arborea,che raggiunge altezze da 4-5 m, ma che ad altitudini superiori a 2000 m può assumere un portamento arbustivo. Presenta portamento arboreo o a volte arbustivo; la chioma, stretta e allungata nelle piante giovani, diventa più ampia e ovoidale negli adulti. La corteccia è bianca e liscia, e si sfoglia in strisce. Le foglie sono di forma romboidale o spesso triangolare, con base arrotondata ed apice appuntito. Presentano colore verde scuro nella pagina inferiore, mentre sono più chiare in quella superiore. I fiori maschili sono riuniti in infiorescenze gialle, quelli femminili in infiorescenze di colore verde chiaro.

I frutti sono piccoli coni marroni che contengono semi detti acheni, forniti di piccole ali membranose utili per la disseminazione ad opera del vento. Fiorisce in aprile-maggio.

 

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USI E CURIOSITA’

Il legno di colore bianco, elastico e resistente, trova impiego nella fabbricazione di oggetti di uso domestico (un tempo anche per gli sci). Viene utilizzato come combustibile di ottima qualità, nell'industria per la produzione di inchiostri e in medicina per le proprietà adsorbenti nelle affezioni intestinali. La corteccia è pregiata nell'industria conciaria e farmaceutica. La linfa, ricca di zuccheri, nei Paesi del Nord viene fatta fermentare per la produzione di aceto e bevande alcoliche. Infatti, se si praticano dei fori nel tronco della betulla ne sgorga un succo dolciastro da cui si ottiene lo zucchero di betulla che, dopo fermentazione, dà un bevanda, la birra di betulla.

Sino agli inizi degli anni '60 si utilizzavano i rami della pianta, prelevati durante l'inverno, per fabbricare scope impiegate nei cortili e nelle stalle, da qui la betulla è stato definito anche come 'L'albero delle scope'.
E' molto usata come pianta ornamentale per l'elegante portamento e il bel colore della corteccia e delle foglie. In selvicoltura viene talvolta impiegata come specie consolidatrice di versanti instabili, dove si diffonde rapidamente.La Betulla dell’Etna è una pianta molto longeva ma dato il suo esiguo popolamento, non sono descrivibili usi particolari per questa specie, salvo quelli medici.

 

STORIE E LEGGENDE

La betulla e' senza dubbio una pianta evocativa. Il colore bianco della corteccia, la chioma leggera e luminosa ed il portamento pendulo dei rami le conferiscono un aspetto puro e delicato.
Al tempo stesso la capacità di crescere su diversi tipi di suoli e di resistere al freddo la rendono efficace simbolo dell'adattabilità', dell'umiltà' e della tenacia.
Probabilmente proprio per questi suoi aspetti peculiari, pur non essendo un albero possente e longevo, era venerata come albero cosmico dagli sciamani siberiani. In Scandinavia la betulla e' uno dei primi alberi ad emettere le foglie in primavera, per questo era venerata come albero della rinascita primaverile ed associata a feste popolari e religiose tipiche della stagione.

Nell'antica Roma, i fasci intorno all'ascia che reggevano i littori davanti ai magistrati erano composti da rami di betulla. I fasci rappresentavano le punizioni che potevano essere inflitte ai colpevoli ed avevano anche la funzione di purificare l'aria dinanzi ai magistrati.
Secondo R. Graves (1 979) in tutta Europa i rami di betulla sono stati usati 'per calmare gli esagitati e frustare i delinquenti, e una volta gli alienati, allo scopo generale di scacciare gli spiriti cattivi.
Insomma questa pianta 'purificava in senso lato. In Francia, nel Medioevo la betulla

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era considerata simbolo di saggezza e, per la gioia degli scolari, spesso con i suoi rami venivano intrecciate le bacchette dei maestri!

Una leggenda racconta del popolo dei Bedoyeres: abitano più a nord e la loro regina è “la più possente ed orgogliosa signora di tutte le Alpi”. Dovrebbero dunque aver abitato la Pusteria; almeno dall’Eneolitico fino a tutto il Bronzo e poi nell'età del Ferro, in questa valle risiedeva una ricca comunità con diversi villaggi, di cui ci sono rimasti numerosi reperti. La leggenda ce li rappresenta evidentemente come una società organizzata in regime matriarcale. “Bedoia” in ladino significa “betulla”, pertanto i Bedoyeres sarebbero la “gente delle betulle”. E’ possibile che in antico la Pusteria fosse principalmente coperta di betulle, anziché di conifere come oggi, non si può certo escluderlo.

Una leggenda popolare dell’Estonia narra che un contadino, avendo visto uno straniero assopito sotto un albero mentre stava per arrivare un temporale, lo destò dal suo sonno perché si mettesse al riparo. Riconoscente, lo straniero gli disse: “Quando, trovandoti lontano dal tuo paese, ne sentirai una nostalgia acuta, vedrai una betulla tutta contorta. Bussa sul suo tronco e chiedi: Il contorto è in casa?” Un giorno il contadino, costretto a fare una guerra in Finlandia, pensava con tristezza alla sua casa e ai suoi bambini lontani, quando vide una betulla contorta. Ricordandosi delle parole dello straniero, si avvicinò al tronco, bussò e fece la domanda di rito. In men che non si dica apparve il signore della betulla, che chiamò a sé lo spirito più veloce, ordinandogli di trasportare il soldato nel suo paese con la sacca piena di monete.


Tra i popoli slavi la Betulla era associata alla leggenda delle Rusolski, le bellissime ninfe degli stagni e dei laghi.
A tarda primavera, nei giorni del disgelo, uscivano dalle acque e si portavano, vestite di lunghi abiti candidi, ad insidiare i viandanti che si trovavano a passare tra i boschi di tronchi biancastri. Chi non fosse stato in grado di resistere a loro, veniva catturato ed ucciso. Per scongiurare questo pericolo, quelle popolazioni erano solite tagliare annualmente una enorme Betulla per poi metterla eretta nella piazza del paese e danzarvi attorno lungamente in modo propiziatorio. Di quella stessa pianta si faceva poi, a sera inoltrata, un grande falò e se ne disperdevano le ceneri nei campi. Nell'immaginario popolare che circonda quest'albero non c'è però solo paura e superstizione. Esiste anche una certa sacralità, ben radicata soprattutto nella tradizione contadina, per via dei molteplici usi che si potevano fare di ogni sua parte. Col suo legno si stendevano i pavimenti e si sono fabbricati i primi sci. Macerato, si mostrava adatto anche per impasti da carta; se invece ben stagionato, ottimo come

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combustibile. Tra le tante proprietà alimentari e officinali, una certa fortuna ha avuto la capacità della sua linfa di dare una bevanda alcolica paragonabile ad un vino.

Tra le popolazioni siberiane la betulla è l'albero sacro per eccellenza, rivestendo tutte le funzioni dell'Axis Mundi. In quanto pilastro cosmico viene inciso con sette, nove o dodici tacche che rappresentano i livelli celesti.
La betulla è talvolta associata alla luna, o al sole e alla luna: in questo caso è doppia, padre e madre, maschio e femmina.

Plinio pensava che la betulla fosse originaria della Gallia: "la betulla, dice, fornisce ai magistrati i fasci che tutti temono, e ai panierai i cerchi e le coste necessari per la fabbricazione di panieri e cestini".Viene impiegata anche per confezionare torce nuziali, ritenute porta-fortuna il giorno delle nozze.

                                                                                                     

                                                                                                        Barbaro Martina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Camarezza

 

 

        

 

La Camarezza, il cui nome comune è Valeriana rossa, è una pianta sempre perenne.

Essa appartiene alla famiglia delle Valerianaceae,la si trova spesso sui muri e la sua fioritura avviene nel periodo da Maggio fino ad Agosto.

Il nome del genere Centranthus deriva dal greco "kentron"=sperone e "anthos"=fiore per la sua corolla speronata; il nome della specie ruber=rosso è ispirato al suo colore spesso arrossato.

 

 

 

 

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CARATTERISTICHE

 

Bella e vistosa pianta alta 30-70 cm con fusti ascendenti e ramosi, legnosi alla base, glabri, glauchi e di aspetto carnoso che si sviluppano dal rizoma sotterraneo.

La foglia è lunga 8-10 e larga fino a 2 cm, glauca, di forma ovale o lanceolata. Esse sono di colore verde e le foglie superiori sono sessili, cioè sprovviste di peduncolo , mentre quelle inferiori hanno un breve picciolo.

Il fiore è di colore rosso, bianco o rosa scuro, è piccolo, tubuloso, composto da 5 lobi aperti; si riunisce in grandi corimbi su lunghi fusti.

Il frutto è una nucula provvista di un pappo piumoso.

Questa pianta non ha bisogno di un terreno specifico infatti può essere anche secco e arido,però ha bisogno di essere esposta in pieno sole o in leggera ombra.

 

 

PARTICOLARITA’

 

Le sue radici hanno proprietà sedative, antispasmodiche e analgesiche. Poiché ha poche esigenze e non necessita di particolari cure, questa pianta si coltiva facilmente, diventando a volte invadente. C’è la possibilità di vederla moltiplicarsi anche in luoghi aridi e rocciosi.

 

 

 

 

                                                                                                 Pulvirenti Annalisa

 

 

 

 

 

 

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La  camomilla

 

NOME BOTANICO: Camomilla

 

GENERE: Matricaria        

                                           

FAMIGLIA: Asteracee

 

 

 

 

CARATTERISTICHE

La Camomilla è una pianta aromatica,che fiorisce da Maggio a Settembre.Essa presenta più fusti eretti, che partono dalla base,e che sono più o meno ramificati nella porzione superiore.Nelle forme spontanee l’altezza del fusto non supera i 50 cm,mentre nelle varietà coltivate può arrivare fino agli 80.Le foglie sono bipennate, di colore verde chiaro, spartite in lacinie sottili vale a dire con incisioni molto profonde.Il capolino è giallo oro con attorno una quindicina di petali bianchi rivolti verso il basso.Il capolino che in pratica è un insieme di piccoli fiori,all’interno è cavo e questo è un carattere distintivo rispetto alla Matricaria inodora(o falsa camomilla)che

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ha il ricettacolo pieno,ed i petali rivolti verso l’alto.Il frutto,che deriva dalla

Camomilla è un achenio di circa 1 mm di lunghezza, di colore chiaro, privo di pappo. Di "camomilla" ne esistono numerose specie che spesso si confondono tra loro. Le più utilizzate per le loro proprietà terapeutiche straordinarie sono due:

  • Matricaria chamomilla o Matricaria recutita chiamata anche camomilla comune o camomilla tedesca appartiene alla famiglia delle Asteraceae (Compositae);
  • Anthemis nobilis o Matricaria nobilis o Chamaemelum nobile chiamata anche camomilla romana appartenente alla famiglia delle Asteraceae (Compositae).

 La specie è diffusa in Europa ed in Asia ed è naturalizzata anche in altri continenti. Cresce spontaneamente nei prati ed in aperta campagna, non oltre gli 800 m, diventa spesso invadente comportandosi come pianta infestante delle colture agrarie.È una specie rustica che si adatta anche a terreni poveri, moderatamente salini, acidi. Il ciclo di vegetazione è primaverile-estivo, con fioritura in tarda primavera e nel corso dell'estate.

 

USO

 

Della Camomilla in genere vengono raccolti i fiori,preferibilmente dopo aver perso i petali ma prima di essersi essiccati sulla pianta stessa. Una comune metodologia di raccolta consiste nel far passare fra le dita gli steli della pianta in maniera tale da raccogliere solamente i fiori evitando una lunga fase di pulitura.

Gli infusi di fiori di camomilla notoriamente vengono utilizzati per i loro effetti blandamente sedativi, un suo prolungato uso può portare però l'organismo ad una reazione opposta: è infatti noto che molte persone, che hanno ecceduto nell'assunzione di infusi o decotti di camomilla, non riscontrino più effetti sedativi, bensì tonico-eccitanti. Inoltre, se lasciata per troppo tempo in infusione, l'effetto della camomilla non è più di calmante ma di eccitante. Questa perché vi è presente una piccola quantità di caffeina.

Le tisane ottenute con questa pianta inoltre provocano l'espulsione di gas intestinali in eccesso. Sono infine note le proprietà nutrizionali della camomilla rispetto ai capelli e rispetto al cuoio capelluto; si utilizza anche per schiarire i capelli biondi che con il tempo tendono al castano: per questi scopi si deve preparare un infuso di fiori di camomilla, lasciarlo raffreddare, filtrarlo e poi utilizzarlo regolarmente dopo lo shampoo.

PROPRIETA’

 

La camomilla esercita blandi effetti, comunque interessanti:

 

 

 

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  1. calmante e antispasmodico: è molto utile per sedare gli spasmi dello stomaco e dell'intestino dovuti a nervosismo e ansia; è utile anche nella cura di ogni tipo di coliche, per il suo effetto notevolmente calmante e rilassante;
  2. tonico intestinale: per quanto possa sembrare paradossale, la camomilla stimola la motilità del tubo digerente, e per questo si consiglia a chi è stato operato recentemente e a chi soffre di gas in eccesso, perché ne favorisce l'espulsione; l'azione della camomilla consiste nel regolare il funzionamento dell'intestino;
  3. eupeptico: la pianta è indicata, come tisana, in caso di indigestione o di digestione pesante; calma la nausea e il vomito e stimola leggermente l'appetito; le camomille più amare esercitano un'azione eupeptica più intensa;
  4. febbrifugo e sudorifero: si consiglia a chi ha la febbre, soprattutto ai bambini, perché fa abbassare la temperatura e stimola la traspirazione;
  5. analgesico: calma i dolori di testa e alcune nevralgie;
  6. antiallergico: moderale reazioni allergiche, come la rinite e la congiuntivite allergica, e la sua efficacia è stata dimostrata scientificamente; si raccomanda per calmare le crisi allergiche acute e come cura di base per evitarle. I risultati migliori si ottengono combinando l'uso interno (tisane) con quello esterno (colliri, irrigazioni nasali);
  7. cicatrizzante, emolliente e antisettico: per uso esterno dà buoni risultati per lavare ogni tipo di ferite, ulcere e infezioni della pelle; è stato dimostrato che l'azulene è efficace contro lo stafilococco emolitico e il Proteus; l'infuso di camomilla costituisce un ottimo collirio per fare lavaggi oculari in caso di congiuntivite o di irritazione oculare e si utilizza anche come antinfiammatorio, in impacchi, per eczemi, eruzioni e altre malattie della pelle.

CURIOSITA’ E LEGGENDE

La Camomilla era considerata dagli Egizi come pianta da consacrare ad ISIDE,legata simbolicamente al sole sia per il capolino giallo che per le proprietà di infondere calma.
Il significato dei suoi nomi sono "matrix" (utero), perché ha la proprietà di calmare le contrazioni uterine; "chamo" (piccolo) e "milla" (mela) perché ricorda l'odore di questo frutto.I fiori di camomilla venivano ogni tanto essiccati per sostituire il tabacco che nei tempi passati spesso era piuttosto raro e troppo costoso. Forse non tutti sanno che la camomilla è utile per le piante. Infatti il suo infuso è capace di accelerare la fermentazione delle sostanze organiche per cui si può preparare in un angolo del proprio giardino un fertilizzante naturale mescolando terriccio, residui
organici della cucina e del giardino e mescolando il tutto con l'infuso di camomilla.

 

COLTIVAZIONE

La camomilla viene seminata in primavera in terra piena, in luoghi soleggiati, su

substrato leggero e sabbioso; si dissemina spontaneamente. Togliere le erbacce ed

 

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irrigare fino alla raccolta dei capolini, lasciando eventualmente qualche pianta per la produzione di semi per l’anno successivo.                                                                                                                                                                               Pulvirenti Jessica

 

Il Castagno

 

Il castagno ( Castanea sativa ) è un albero che appartiene, insieme alle querce e ai faggi, alla famiglia delle Fagaceae. Il frutto, noto come castagna, è commestibile ed ha una notevole importanza economica. È un albero longevo, alto in media dai 15 ai 20 metri, capace però di raggiungere notevoli dimensioni anche di 30-35 m e 6-8 m di circonferenza.

LE FOGLIE

 

Le foglie sono caduche e disposte alternatamene , la forma è ellittico -lanceolata, sono dentate ai bordi, con apice acuminato e base leggermente cuneata, misurano da 8 a 20 cm in lunghezza e da 3 a 6 cm in larghezza. La loro consistenza è piuttosto tenace, quasi coriacea. Il ciclo vegetativo dura dai 140 ai 185 giorni.

I FIORI

 

Il castagno, ha infiorescenze (amenti) formati da fiori unisessuali, monoici e poligami, portati sulla vegetazione dell’anno che, quindi, si evolvono solo a foliazione completa; i fiori staminiferi o maschili sono portati in infiorescenze lunghe da 10 a 20 cm; i fiori pistilliferi o femminili, meno numerosi, solitari o aggregati in numero di 2-3 fino a 7, sono localizzati alla base delle infiorescenze staminifere e sono protetti da un involucro verde, squamoso, destinato a costituire la cupola, comunemente detta riccio, dapprima verde, quindi giallo-marrone a maturità. Le condizioni climatiche primaverili possono anticipare o posticipare la fioritura che si verifica, in genere, fra inizio giugno e metà luglio in funzione della latitudine e, come detto, delle condizioni stagionali.

 

IL FRUTTO

 

Il frutto, commestibile, noto come castagna è incluso in un riccio spinoso, botanicamente è un achenio. I frutti laterali sono emisferici mentre quello centrale è appiattito; ciò è dovuto oltre a cause genetiche anche alla posizione all'interno del riccio. Spesso sono presenti castagne "vuote" a causa di cattiva impollinazione.
Ogni pianta produce mediamente 20-30 kg di castagne.

 

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USI

Le castagne sono utilizzate per la preparazione di ottime marmellate. La farina di castagne è utilizzata in svariati impasti, tra cui dolci tipici come il castagnaccio o i necci. Le caldarroste sono castagne arrostite sul fuoco in apposite padelle bucate. Inoltre è anche utilizzata nell'alimentazione degli animali da allevamento. Nell'industria dolciaria, la particolare varietà detta "marroni" è utilizzata per la produzione dei marron glacé. Il marrone mediamente è di pezzatura maggiore alla comune castagna.

 

                                Il Castagno dei cento cavalli

 

In Sicilia è presente un tipo di castagno chiamato Castagno dei Cento Cavalli è un albero di castagno plurimillenario, ubicato nel Parco dell'Etna in territorio del comune di Sant'Alfio (CT). Il castagno, considerato come il più famoso d'Italia, è stato studiato da diversi botanici e visitato da molti personaggi illustri; la sua storia si fonde con la leggenda di una misteriosa regina e di cento cavalieri con i loro destrieri, che, si narra, vi trovarono riparo da un temporale.

Notizie storiche sul castagno

L'albero si trova nel bosco di Carpineto, nel versante orientale del vulcano Etna, in un'area tutelata dal Parco Regionale dell'Etna. Diversi botanici concordano che avrebbe dai due ai quattro mila anni di vita e secondo il botanico torinese Bruno Peyronel è l'albero più antico d'Europa ed il più grande d'Italia(1982).Le prime notizie storiche certe sul Castagno dei Cento Cavalli furono fornite dal De Amodeo,  Carrera e da altri nel XVI secolo. Pietro Carrera ne «Il Mongibello» (1636), descrisse maestoso il tronco e l'albero «...capace di ospitare nel suo interno trenta cavalli». Successivamente ne parlerà anche Antonio Filoteo (1611).                                                                                                   Il 21 agosto 1745 venne emanato un primo atto dal «Tribunale dell'Ordine del Real Patrimonio di Sicilia» che tutelava istituzionalmente il Castagno dei Cento Cavalli ed il vicino Castagno Nave. Visto il periodo (fine del XVIII secolo) è un atto da annoverare fra i primati della tutela ambientale. L'insigne naturalista catanese Giuseppe Recupero in «Storia naturale e generale dell'Etna» descriveva dettagliatamente l'albero, cercò di fornire diverse prove e dimostrazioni sulla unicità dalla pianta (allora era in discussione se fossero più alberi) e narrò che nell'anno 1766 trovò la casa molto deteriorata (esisteva una casa sotto le fronde del castagno, si può notare nel quadro di Jean Houel).Sarà ritratto da molti viaggiatori del Grand Tour, fra questi Patrick Brydone e Jean Houel, che, nella sua opera Voyage de la Sicile, de Malta e Lipari, lo descriverà e ritrarrà nel 1787. Queste le parole con cui l'artista lo descrive in uno stralcio della sua opera:

 

 

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..."La sua mole è tanto superiore a quella degli altri alberi, che mai si può esprimere la sensazione provata nel descriverlo. Mi feci inoltre, dai dotti del villaggio raccontare la storia di questo albero (che) si chiama dei cento cavalli in causa della vasta estensione della sua ombra. Mi dissero come la regina Giovanna I d'Aragona recandosi dalla Spagna a Napoli, si fermasse in Sicilia e andasse a visitare l'Etna, accompagnata da tutta la nobiltà di Catania stando a cavallo con essa, come tutto il suo seguito. Essendo sopravvenuto un temporale, essa si rifugiò sotto quest'albero, il cui vasto fogliame bastò per riparare dalla pioggia questa regina e tutti i suoi cavalieri"...

A seguito del dipinto e delle belle parole che Houel dedicò all'artista, in tempi recenti l'amministrazione comunale ha deciso di dedicargli una Via, proprio nei pressi dell'albero. Inoltre questo sarà oggetto di studio da Alberto Fortis in Della coltura del castagno (1780), che lo troverà degradato.Nel 1923 l'albero subirà un incendio che lo intaccherà nel tronco principale (voci popolari parlano di vendetta di alcuni abitanti di Giarre, per l'autonomia amministrativa ottenuta dal paese di Sant'Alfio proprio dal comune giarrese).Il Castagno fu preminentemente proprietà di nobili famiglie locali (fra cui i Caltabiano) e venne usato come luogo di conviviali e banchetti per ospiti illustri. Nel 1965 il castagno fu espropriato e dichiarato monumento nazionale. Solo alla fine del XX secolo alcuni enti locali hanno avviato una serie di studi per tutelare e conservare il castagno.Il programma televisivo scientifico Super Quark, trasmesso sul canale Rai Uno, studiò il DNA, prelevato dal castagno. Con i risultati, affermò che il castagno potrebbe avere la più grande circonferenza del mondo, prima di un grande cipresso presente in Messico e largo 38 Mt. Ma questa affermazione è ora al vaglio degli studiosi, perché si sta discutendo nuovamente della unicità dell'albero.

 

LA LEGGENDA

Si narra che una Regina, con al seguito cento cavalieri e dame fu sorpresa da un temporale, durante una battuta di caccia, nelle vicinanze dell'albero e proprio sotto i rami trovò riparo con tutto il numeroso seguito. Il temporale continuò fino a sera, così la regina passò sotto le fronde del castagno la notte in compagnia, si dice, di uno o più amanti fra i cavalieri al suo seguito.
Non si sa bene quale possa essere la regina, secondo alcuni si tratterebbe di Giovanna I d'Aragona, secondo altri Giovanna I d'Angiò ed è così che la leggenda verrà collegata all'insurrezione del Vespro (XIV-XV secolo). Ma è tutto, molto probabilmente, frutto della semplice fantasia popolare. Ad esempio la regina Giovanna d'Angiò, pur essendo nota per una certa dissolutezza nelle relazioni amorose, è quasi certo che non fu mai in Sicilia. Inoltre, traendo spunto dalla leggenda, alcuni poeti cantarono del castagno e della regina, fra questi vanno citati Giuseppe Borrello e Giuseppe Villaroel che furono fra i maggiori poeti dialettali catanesi del XIX secolo, e Carlo Parini.

 

 

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POESIA DEDICATA AL CASTAGNO DEI CENTO CAVALLI

 

“un pedi di castagna tantu grossu
ca ccu li rami so forma un paracqua
sutta di cui si riparo di l’acqua,
di fùrmini, e saitti
a riggina Giuvanna
ccu centu cavaleri,
quanno ppi visitari mungibeddu
vinni surprisa di lu timpurali.
D’allura si chiamò
st’àrvulu situatu ‘tra ‘na valli
lu gran castagnu d’i centu cavalli.”

                                Giuseppe Borrello

IL CASTAGNO OGGI

 

Il castagno, misura circa 22 m di circonferenza del tronco, per 22 m d'altezza.
In realtà, oggi si presenta costituito da tre polle (fusti), rispettivamente di 13, 20 e 21 m; su queste polle è vivo il dibattito sulla unicità della pianta. Negli ultimi anni il libro dei Guinness dei primati ha registrato il Castagno come l'albero più grande del mondo, per la rilevazione del 1780, quando furono misurati ben 57,9 m di circonferenza.

 

ALTRI  ALBERI  PLURISECOLARI  ETNEI

 

Nelle vicinanze dell'albero, a circa quattrocento metri, si trova un altro castagno con almeno mille anni di vita, il Castagno Nave (chiamato anche Castagno S.Agata o Arrusbigghiasonnu - risveglia sonno - forse per il cinguettio degli uccelli o forse per le fronde basse che destavano improvvisamente dal sonno qualche carrettiere passante). Questo castagno sarebbe, secondo alcuni studi, il secondo per antichità e grandezza

in Italia. La circonferenza misura 20 m ed è alto 19 m.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Castagno dei cento cavalli

 

                                                          Castagna

 

 

                               

 

 

                                                                                               Di Leo Ilaria

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Cerastium tomentosum Peverina tomentosa        Caryophyllaceae

Dal greco keros, corno, per la forma dei frutti

Pianta bianco-tomentosa alta 10 - 40 cm
Fusti ascendenti e ramificati dalla base.
Foglie biancastre, pelose, strette, opposte, lineari-lanceolate.

Fiori singoli a 5 petali incisi, spatolati lunghi 1,5-2 volte i sepali
che formano cuscini su terreni sassosi calcarei.
Fiorisce da Giugno ad Agosto
Rupi, ghiaioni, macereti da 600 a 2,200 m.
Appennino Centrale e Meridionale dai Sibillini alla Calabria e Sicilia

 

Immagine Allegata           Immagine Allegata

 

                                                                                                                       Grillo Gloria

 

 

 

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Il Crespino

 

                   

 

FAMIGLIA: Berberidaceae

 

NOME BOTANICO:Berberis vulgaris

 

NOME VOLGARE:”bbàrbaru”

 

 

CARATTERISTICHE

 

È un albero alto da uno a tre metri con grosse radici scure all'esterno e gialle all'interno; la pianta presenta molti rami spinosi. Le foglie sono ellittiche, si restringono alla base in un corto picciolo e arrotondate all'apice; la superficie è larga e lucida, il margine è dentellato. Le foglie sono alterne sui rami lunghi oppure sono riunite in fascetti su dei rametti molto corti, alla base di ognuno dei quali è presente una spina composta da tre a sette aculei pungenti Il frutto è una bacca lunga 1 cm, rossa e persistente sulla pianta, che contiene da due a tre semi dal guscio corneo. Il crespino spinoso, con le sue asprissime bacche rosso scarlatto, viene raccolto in autunno. Per la tintura viene utilizzata esclusivamente la corteccia della radice essiccata, marrone all’esterno e gialla all’interno, dal profumo acre. Il rizoma del crespino, che raggiunge dimensioni molto grandi, viene dissotterrato delicatamente e in alcuni punti la corteccia della radice viene sbucciata.

 

 

 

 

 

 

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PROVENIENZA

 

Cresce quasi esclusivamente dalla regione montana a quella alpina fino a 1900 m;è diffuso nei boschi nelle siepi e nei pascoli.

 

USO

L’uso esterno del crespino,da collegare forse alla presenza dei tannini  e delle saponine,è di tipo astringente e si applica alle irritazioni della mucosa della bocca e della gola,in particolare alle gengive molli e sanguinanti;esternamente viene usato anche come antipiorreico.Si conosce anche l’impiego oftalmico in colliri registrati come specialità farmaceutiche .I preparati di “Berberis” sono stati impiegati con successo nel trattamento della leishmaniosi enella trypanosiomiasi.

 

PROPRIETA’ FARMACEUTICHE

Sono proprietà amaricanti, toniche, astringenti, febbrifughe, depurative, diuretiche. Viene usata la corteccia delle radici come anche foglie e frutti.

 

CURIOSITA’

Indicata erroneamente anche per i Nebrodi,forse perché un tempo con il termine  Nebrodi si indicavano anche le Madonie,ove la pianta è rappresentata.Il termine Berberis corrisponde al nome arabo del frutto,che un colore rosso .

 

 

                                            La China Alessandra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Euforbia arborea

 

 

 

Il nome del genere e della famiglia derivano dal medico greco Euphorbos (1° sec. a.C.)e il nome specifico dal greco dendron = ‘alberello’, ‘arbusto’ per il portamento della pianta.

L'euforbia arborea è una pianta  velenosa ed irritante perchè ricca di lattice tossica come le specie dello stesso genere che raggiunge le maggiori dimensioni ed è in grado di resistere in ambienti assolati e aridi come quelli costieri.

 

 

     PROPRIETA’

  

   Nome latino: Euphorbia Dendroides

   Famiglia: Euphorbiaceae

   Foglie: oblunghe-lanceolate

   Fiori:infiorescenze su 3-10 assi;fiori giallo-oro al di sotto dei quali si trovano delle brattee anch’esse    giallastre o giallo-verdastre.

   Fioritura:da Aprile a Giugno;dopo la fioritura si osservano frutti verdastri che permangono fino a maturazione all’apice dei rami.

   Frutti:si trovano nella capsule di 5-7 mm contenenti semi  appiattiti                                                                                                       

   Portamento: cespuglio alto sino a 2 m con fusti che nella parte inferiore sono spesso spogli

                      

 

 

 

DIFFUSIONE

 

È una essenza tipica della macchia mediterranea. Prospera in ambienti litoranei aridi e soprattutto calcarei, su scogliere e rupi presso il mare, da 0 a 700 m.                                                                                   È diffusa nel bacino del Mediterraneo ad occidente fino alle coste della Spagna mediterranea e ad oriente fino all’Egeo; nel Nord Africa è presente in Algeria ed in Libia. È inoltre presente in Palestina e nelle Isole Canarie. In Italia è presente sulle coste tirreniche, ioniche e basso-adriatiche (Liguria, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna). E’ naturalizzata inoltre nell’Australia Occidentale e nel Sud California. 

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Essendo abituata a sopravvivere in condizioni di estrema aridità questa pianta va in riposo vegetativo nel periodo secco, perdendo in parte o tutte le foglie, per poi riprendersi con le prime piogge di inizio autunno.

 

Immagine Allegata

 

UTILIZZI

Questa pianta viene utilizzata a  scopo ornamentale per formare siepi e bordure lungo i giardini in prossimità delle coste nella regione mediterranea.                                                                                                                                Il lattice che geme dalla pianta ferita oltre ad essere tossico ha anche proprietà urticanti,
tanto che veniva usato in medicina popolare, al pari del lattice del fico per bruciare porri e verruche, questa sua proprietà ha protetto l’Euforbia dall’attacco delle capre e degli altri erbivori.

 

CURIOSITA’ E LEGGENDA

Narra una leggenda che questo lattice avesse anche proprietà magiche e che la maga Circe lo usasse nei suoi incantesimi infatti  il promontorio del Circeo dove viveva la maga è ricchissimo di Euforbia.                                                                                                                                                     Pare anche che in passato questa pianta venisse usata dai pescatori per stordire e catturare i pesci.  Le sostanze contenute nel lattice hanno infatti  effetto tossico anche sui pesci, ovviamente in ambienti chiusi, e queste caratteristiche erano sfruttate anticamente da pescatori di frodo in ambiente fluviale.

                                                           

   Pag. 26                                                                                                  Bonaccorso Ilenia

                                                                 

Il Faggio

                 

Il faggio (Fagus sylvatica) ha una chioma massiccia, molto ramificata e con fitto fogliame, facilmente riconoscibile a distanza perché molto arrotondata e larga, con rami della porzione apicale eretti verticali. Le foglie ovali sono disposte sul ramo in modo alterno, lucide su entrambe le facce, con margine ondulato, cigliato da giovani. In autunno assumono una caratteristica colorazione arancio o rosso-bruna. Fiori monoici, piccoli e verdastri, quelli maschili riuniti in amenti tondi e penduli, lungamente picciolati, quelli femminili accoppiati in un involucro, detto 'cupola', hanno ovario triloculare, la fioritura avviene generalmente nel mese di maggio. I frutti sono grossi acheni, trigoni, rossicci, contenuti in ricci deiscenti per 4 valve, sono detti faggiòle o faggine.

Il faggio è diffuso sulle Alpi e sugli Appennini, dove forma boschi puri (faggete) o misti (di solito con Abies alba o Picea abies), nelle stazioni oltre i 1500 m s.l.m. o in condizioni sfavorevoli si presenta come un arbusto prostrato e molto ramificato, adatto a sopportare il peso del manto nevoso Metodi di coltivazione

Il faggio è una specie con particolari esigenze ambientali, vive in ambienti con abbondanti precipitazioni ed elevata umidità, ma allo stesso tempo è sfavorito dal ristagno d'acqua nel terreno, dal freddo intenso e dalla siccità prolungata. Non ama le depressioni profonde o oscure delle valli, ma neppure le sommità asciutte. È favorito in quella parte di montagna in cui si addensano le nubi e le nebbie. In presenza di suoli non molto acidi e humus fertile cresce bene sia su rocce carbonatiche che silicee, in

condizioni difficili predilige invece un substrato carbonatico-dolomitico.

 

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USO

  • Per decorare parchi e giardini
  • In silvicoltura per la forestazione di colline e montagne a clima fresco e nebbioso, con frequenti precipitazioni estive
  • Il legno di faggio, omogeneo e pesante, privo di elasticità ma resistente, inizialmente di colore bianco col tempo rossastro, è ottimo per lavori di tornitura e mobileria, un tempo utilizzato per le traversine ferroviarie e come ottimo combustibile
  • I frutti privati del pericarpio velenoso e arrostiti si consumano come succedanei di castagne, nocciole o mandorle, tostati sono un surrogato del caffè
  • L'olio estratto dai semi, di colore pallido e sapore dolciastro viene utilizzato come condimento e un tempo come combustibile
  • Le foglie vengono usate come foraggio per il bestiame, nelle zone con scarsi pascoli

 

PROPRIETA’ MEDICINALI

  • Il decotto di giovani radici raccolte in primavera o in autunno, è anticonvulsivo
  • Il decotto di corteccia raccolta preferibilmente in primavera spezzettata ed essiccata ha proprietà febbrifughe ed astringenti
  • Per distillazione del legno si ottiene il creosoto, liquido oleoso con odore acuto di fumo e sapore fortemente aromatico, che viene utilizzato come disinfettante ed espettorante

LA LEGGENDA DEL FAGGIO


Probabilmente anche il faggio, insieme ad altre piante, fu simbolo di quell'albero cosmico che unisce cielo, terra e inferi, sostenendo e nutrendo il cosmo. A Roma esisteva un tempio dedicato a Giove di fianco ad un faggio sacro: quindi è possibile che il culto del faggio sia poi stato eclissato da quello della quercia, divenuta l'albero di Giove.
L'albero continuò comunque ad ispirare la fantasia popolare, tant'è vero che in Francia si narrava una leggenda a testimonianza della sua aura divina. Una notte un contadino udì un insolito fruscio proveniente da due faggi che sembravano abbracciarsi. Cominciò così ad ascoltare e riconobbe due voci umane: erano quelle dei suoi genitori che si lamentavano per il freddo. Parlando con essi scoprì che stavano scontando una pena per essere stati poco caritatevoli in vita, secondo la credenza per cui i faggi sono abitati da anime che devono espiare una pena.

Pag. 28                                                                                                       Chiaia Nicoletta

La Felce dell’Etna

 

 

FAMIGLIA:Aspidacee

 

NOME VOLGARE:Felce maschio

 

CARATTERISTICHE

 

Felce perenne con rizoma lungo fino a 30 cm. Le foglie all'inizio sono avvolte a spirale poi si distendono fino alla lunghezza di un metro. Si riproducono per spore contenute nella pagina inferiore delle foglie.

 

SINONIMI:

 

Nephrodium filis - Rich.- mas; Polystichum filix - mas - Roth.

 

HABITAT

 

Cresce nei luoghi ombrosi e freschi. Boschi 0-2300 m. Luglio settembre.

 

PROPRIETA’ FARMACEUTICHE

 

Il rizoma è usato, sotto controllo medico, ed ha proprietà vermifughe ( tenie e ascaridi ).
Le operazioni devono essere seguite da un medico.
Le fronde della felce allontanano cimici e parassiti dell'uomo.

La felce maschio ha un fusto sotterraneo (rizoma) strisciante con un ciuffo di foglie lunghe, che a volte possono avere la lunghezza di un metro. Tali foglie sono divise in svariati segmenti, a loro volta suddivisi da molte intaccature che arrivano fino quasi alla nervatura mediana. Il picciolo, ovverosia il peduncolo che sostiene la foglia collegandola al ramo, è coperto da squame molto sottili che hanno sfumature di color marrone. In Italia, è facile il suo ritrovamento nei boschi, ed in particolare in quelli di montagna. Il rizoma utilizzato è consigliabile raccoglierlo nella stagione estiva, dopodiché è necessario farlo seccare rapidamente in ambienti asciutti e ventilati, per poi provvedere alla sua conservazione in luoghi del tutto privi di umidità. Il fusto sotterraneo mantiene intatte le sue proprietà fino a quando, se spezzato, si può notare un colore verde. Altrimenti perde le sue virtù .In prevalenza, è utilizzato per aiutare ad espellere la tenia dagli intestini invasi da tale parassita, preso al mattino e a stomaco vuoto. La felce maschio non distrugge la tenia, ma contribuisce a farla staccare dalle pareti intestinali. Per completare il risultato è quindi indispensabile

 

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assumere poi un purgante assolutamente non oleoso. I grassi del cibo o del purgante

oleoso, infatti, si unirebbero alla sostanza contenuta nel rizoma del felce maschio provocando un avvelenamento. Essendo quindi una pianta pericolosa, è di priorità assoluta la consultazione di un medico prima del suo eventuale uso.

 

 

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                                                                                      Passalacqua Antonella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La lavanda

 

 

La lavanda 


NOME VOLGARE:lavanda vera

 

NOME BOTANICO:lavandula officinalis o angustifolia

 

FAMIGLIA:labiatae

 

                                                             

 

                                                                    

CARATTERISTICHE

 

La lavanda è un arbusto perenne,sempreverde che cresce raccolto a cespuglio,con fusti eretti,tendenzialmente legnosi alla base;può raggiungere l’altezza di un metro.Le foglie,lanceolate,sono di colore verde ,con sfumature grigie e i fiori,di colore azzurro scuro-viola,sono raggruppati alla cima di una sottile spiga.La lavanda predilige un terreno sassoso e ben esposto al sole. Cresce dalla regione mediterranea a quella montana(dai 300 ai 1000m)nei terreni asciutti,esposti al sole e con in buon contenuto di calcare.Cresce spontanea specie sotto i 500m ed è abbondantemente coltivata soprattutto in Provenza,dove si possono ammirare diverse varietà,tutte stupefacenti che oltre a permeare l’aria con la loro deliziosa fragranza,donano una nota di colore al paesaggio.Tra i suoi nomi vanta quello di “spighetta di San Giovanni”in quanto è proprio durante il periodo del solstizio d’ estate che le sue spighe fioriscono rendendone possibile la raccolta.

 

COLTIVAZIONE

 

Le specie attualmente coltivate in Italia sono due:la Lavanda vera e il Lavandino(ibrido tra Lavandula Officinalis e la Lavandula Latifoglia).Coltivare la Lavanda non presenta difficoltà:l’unica attenzione va posta nel drenaggio,che deve essere ottimo in quanto le radici di queste piante temono i ristagni d’acqua.La coltivazione su terreni scoscesi è

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ideale sia perché il decorso dell’acqua piovana è favorito,sia perché le radici della Lavanda contribuiscono a tenere fermi i terreni che hanno tendenza a franare.La Lavanda può essere coltivata anche in vaso, purché all’aperto. I fiori si raccolgono nel periodo giugno-luglio quando sono aperti.Poi si lasciano seccare all’ombra e si conservano in vasi di vetro scuro. I fiori essiccati e messi nei sacchetti profumano la biancheria per anni.

 

 

PROPRIETA’

 

 Le infiorescenze e le foglie della lavanda sono molto ricche di un olio essenziale volatile dalla composizione molto complessa,costituito da vari alcol terpenici e dai loro esteri. Quest’olio è stato considerato tra i più versatili ed utili sia per gli adulti che per i bambini,per malattie che per casi d’emergenza .Il colore stesso della Lavanda è considerato il colore del silenzio,della calma e della tranquillità,della contemplazione e della spiritualità. L’Olio essenziale di Lavanda ha un colore chiaro,limpido,a volte tendente al giallino e un odore caratteristico,floreale,erbaceo,dolciastro,balsamico.Per produrlo vengono utilizzate le estremità fiorite.Le proprietà principali di quest’olio sono:antinfiammatorie,cicatrizzanti,rilassanti e calmanti.Le diverse applicazioni cliniche dell’Olio essenziale avvengono con differenti possibilità di somministrazione:per assunzione orale o per inalazione,puro in poche gocce sulla pelle oppure con il massaggio se veicolato da olio adatto.La Lavanda è in grado di produrre anche il miele.

 

USI

 

La Lavanda prende il suo nome dal verbo lavare in quanto era proprio questo utilizzo che ne facevano gli antichi Romani nell’aggiungerla ai loro bagni.Essa fu a lungo usata anche in medicina,come fece l’erborista inglese Gerard,che la consigliava ai suoi pazienti per l’emicrania e per i capogiri. Nel Medioevo era utilizzata soprattutto la Lavandula Stoechas con cui veniva preparato un medicinale chiamato Sticadore utilizzato per crampi intestinali,nausea,vomito e singhiozzo.Inoltre in questo periodo,quando fu ancora più chiaro il suo potere antisettico venne utilizzata per la disinfezione e la pulizia dei pavimenti. Durante il periodo Elisabettiano la Lavanda inizia il suo periodo di gloria: nel campo della profumeria,a tutti è noto il più famoso profumo inglese “The Lavender”.All’epoca inoltre le dame cucivano sacchetti contenenti fiori di Lavanda all’interno delle loro sottane ed è da questa usanza che ancora oggi si inseriscono sacchetti di lavanda tra la biancheria .Il beneficio di questo atto non sta solo nel lasciare un gradevole aroma sui tessuti ma anche come sistema antitarme.La Lavanda veniva anche usata per tinture alcoliche e per le proprietà

 

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terapeutiche.Il popolo ebraico la utilizzava per lo più a scopi rituali con la finalità di

purificare cose e ambienti. L’aroma fresco e pulito fa della Lavanda una delle erbe più comunemente utilizzate nelle case per profumare biancheria(e nel contempo tenere lontane le tarme)ed ambienti.

 

LEGGENDE

 

Si racconta la leggenda che i Guantai della Provenza,terra per eccellenza della Lavanda,spalmassero i pellami del suo olio per renderli immuni alla peste. L’antica tradizione vuole inoltre che le donne raccogliessero le spighe fiorite durante la notte di San Giovanni e,legatele in mazzetti,se ne facessero dono l’un l’altra a scopo di protezione astrale e magica. La spiga di lavanda è considerata un amuleto contro le disgrazie ed i demoni e si dice che sia anche un talismano per portare prosperità e fecondità. La lavanda è l'essenza astrale del segno zodiacale dell'Ariete.

 

CURIOSITA’

 

I fiori di Lavanda venivano usati nell’ antichità come calmanti naturali e rimedi contro l’ insonnia e i sonni agitati.Anche la poetessa greca Saffo si cospargeva di olio profumato alla Lavanda prima di coricarsi e nascondeva alcuni fiori avvolti in una tela di lino sotto il cuscino. La lavanda è stata ed è l'elemento base per la preparazione dei pot-pourri per profumare la casa.

 

 

 

 

                                                                                                            Pulvirenti Jessica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Lupino

 

Il Lupinus albus è originario del bacino del Mediterraneo e del Nord America fa parte della famiglia dei legumi, ed è il seme di una pianta alta fino a un metro e con foglie palmate. I suoi semi sono grossi come un fagiolo, schiacciati, di colore bianco o leggermente bruno e crescono in baccelli che si sviluppano sul fusto principale della pianta. Vengono coltivate tre specie di lupino: quello bianco, giallo e azzurro (detto anche a foglia stretta).


 

DOLCIFICAZIONE

 

I lupini contengono un alcaloide amarissimo e sono leggermente tossici, per poterli mangiare bisogna prima "sanarli" tramite un processo di dolcificazione dove innanzi tutto vanno tenuti ammollo in acqua fredda, per 24 ore; dopo di che passano nella "caldaia"; un pentolone dove cuociono immersi in acqua salata, finché il loro colorito passa dal bianco al rossiccio. Successivamente si dispongono in grandi cesti metallici, i quali restano immersi in acqua corrente per almeno 5 giorni. Infine si mettono a scolare in panieri di vimini, aggiungendovi una debole salatura. Da quanto appena detto si evince che le manifatture dove si dolcificano i lupini devono esser situati in luoghi in cui scorre abbondante acqua in superficie. Uno di questi luoghi si trova alla periferia di Acireale,contrada Reitana, dove, ancor oggi esiste l'ultimo laboratorio per la

dolcificazione dei lupini. In ogni modo i lupini trattati nel modo sopraddetto, sono posti in commercio dai "luppinari"; umili ambulanti che li offrono ai passanti in piccoli involti, un tempo di carta, ora di plastica. Sovente i semi di Lupino in vendita presentano all'esterno una patina biancastra, detta “raddu”, che sembra loia, ma che invece è frutto della desquamazione della buccia e che li rende più appetibili. Un altro

 

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importante impiego della pianta del Lupino si aveva con la "luppinata". Era questa una

antica pratica di sovescio che si effettuava nei vigneti. Annualmente fra i filari delle viti si seminavano buone quantità di semi di Lupino, i quali, germinando, davano vita a una serie di giovani piante. Prima che i novelli lupini fruttificassero si aveva cura di interrarli in profondi solchi (fussuna) e, così facendo, si fertilizzava il terreno. Infatti il Lupino, come tutte le altre leguminose, ha sulle radici i tubercoli dei batteri azoto-fissatori, capaci di arricchire il suolo di questo indispensabile elemento.
Anche la parte aerea delle piante di Lupino che crescevano inselvatichite trovavano una utilizzazione nel mondo contadino di un tempo passato: venivano raccolte e date in pasto al bestiame come foraggio.

 

ASPETTI NUTRIZIONALI

Il seme di lupino è molto ricco in proteine (34-43% sul peso secco), ha una rilevante percentuale di olio (5,4-10,0%) e contiene poco amido (0,7-2,2%). La percentuale di fibra grezza è elevata (14-16,5%). In più i semi d lupino contengono piccoli quantitativi di una serie di altri composti, come fitati, oligosaccaridi e inibitori della tripsina. Tradizionalmente essi sono stati considerati fattori antinutrizionali, ma ora sono sempre più ritenuti fattori favorevoli nutrizionalmente-attivi, a causa dei loro potenziali benefici effetti in farmacologia, medicina, cosmesi e in campo alimentare.
L’elevato contenuto proteico e il contenuto di olio del seme di lupino, relativamente elevato, specialmente nel caso del lupino bianco, rende la coltura del lupino interessante sia per il consumo umano che per l’alimentazione animale.

UTILIZZI

 - 1. Valore nutritivo e sono usati nell’alimentazione animale soprattutto in Australia.
  - 2. Lessati e salati, vengono consumati anche dall’uomo tostati, macinati ed usati come surrogato del caffè. 
  - 3. In fitoterapia folcloristica viene utilizza la farina ottenuta dalla macinazione dei semi secchi per contrastare le malattie della    pelle, gli eczemi e la crosta lattea.
  - 4. Anticolesterolo e vermifugo.

  - 5. Antiabetico secondo la credenza popolare la quale sostiene che questa pianta possa arrecare beneficio a chi soffre di diabete; il quale, come è noto, arreca crisi iperglicemiche; cioè aumenta la percentuale di zucchero nel sangue.
Orbene, in questo senso, la cultura popolare consiglia di mangiare semi tostati di lupini, oppure semi freschi e crudi oppure di bere l'acqua di cottura dei semi; in tutti i casi i lupini avrebbero capacità ipoglicemizzanti, sostituendosi all'insulina.
Non vi sono prove farmacologiche che confermano tali doti per la pianta in questione; riteniamo si tratti di semplici credenze dovute alla legge del contrappunto: per diminuire il tasso di zucchero nel sangue, accorre ingerire una sostanza amara, come quella che è contenuta nel Lupino.

                                                                                              

Pag. 35                                                                                                  Cammarata Giulia                

Il Pungitopo

Il Pungitopo (Ruscus aculeatus L.) è un basso arbusto sempreverde con tipiche bacche rosse, appartenente alla famiglia delle Ruscaceae. Il nome "pungitopo", deriva dall'usanza contadina di proteggere dai topi  con mazzetti di questa pianta,  i salumi e i formaggi messi a stagionare. Cresce in Europa centrale e meridionale su dirupi aridi e sassosi, luoghi boschivi (soprattutto querceti e faggeti) e macchia; predilige le zone calde e i terreni calcarei; sporadica.

CARATTERISTICHE

Ha delle strutture, che pur simili a foglie, sono fusti appiattiti (cladodi) che hanno sviluppato funzioni simili a quelli delle foglie, essendo anch'essi fotosintetici. I fiori maschili e femminili si trovano su rami diversi portati al centro dei cladodi. Tra i cladodi, in primavera, si schiudono i minuscoli fiori verdastri, e quindi i frutti, che maturano in inverno, e che sono vistose bacche scarlatte grosse come ciliegie. I giovani germogli possono essere mangiati, avendo sapore simile a quello dell'asparago.

 

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  PROPRIETA’ OFFICINALI                                                                     

Le radici del pungitopo vengono raccolte tra settembre e novembre, il rizoma viene  pulito ed essiccato al sole. La radice e il rizoma del pungitopo contengono saponine steroidi, dall'azione vasocostrittrice e antinfiammatoria, e rutina, che ha azione protettiva dei capillari.  Il rizoma è proteico e diuretico; viene usato per combattere le emorroidi e contro il gonfiore delle gambe. I semi, opportunamente tostati, venivano un tempo impiegati come sostituti del caffè.

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Usato nelle nostre case come pianta ornamentale nel periodo natalizio, il pungitopo è da sempre considerato un efficace vasocostrittore d’origine vegetale e, per questo, componente di molti farmaci antiemorroidali e antivaricosi.
Le parti più utilizzate sono la radice e il rizoma. Soprattutto la radice è la più ricca di saponine, flavonoidi, tannini e oli essenziali dall’azione vasocostrittrice e antinfiammatoria. Si regala a Natale perchè è un portafortuna, il suo frutto, la bacca rossa, rappresenta l'allegria, la fortuna e l’augurio di fecondità e d’abbondanza per l'anno che verrà. Il pungitopo è utilizzato per combattere:

  varici, flebiti, pesantezza delle gambe, emorroidi e ritenzione di liquidi. I principi attivi in esso contenuti migliorano la circolazione del sistema venoso e tonificano le pareti dei capillari. E’ impiegato come diuretico e depurativo.

  calcolosi renale, gotta e artrite per la sua azione depurativa. Il rusco favorisce l'eliminazione dell'acido urico e aumentando la sudorazione permette una migliore depurazione del sangue.

  Cellulite. Gli impacchi di cellulite, applicati sulla pelle, hanno un effetto corroborante e snellente. E’ un buon rimedio anche in caso di geloni.

  Couperose, perché serve a potenziare il microcircolo e inoltre ha un’azione antiarrossamento

 

 

 

                                                                                                      Pulvirenti Annalisa

 

 

 

 

 

 

 

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Il Romice

                              

 

FAMIGLIA:polygonaceae

 

NOME SCIENTIFICO:rumex scutatus

 

NOME VOLGARE:acitazzu

 

 

DESCRIZIONE

 

E’ una pianta perenne alta fino a 40 cm con fioritura da maggio-giugno ad agosto. I piccoli fiori non hanno ne un profumo ne un nettare particolare,infatti la pianta viene impollinata dal vento. I fiori maschili e femminili sono su piante separate e quelli maschili,numerosi,producono abbondante polline. Il frutto maturo è un erigono:i petali rossastri che lo racchiudono si aprono a maturità. Le foglie contengono ossalato di calcio,un sale dell’acido ossalico con sapore acidulo.

 

 

HABITAT

 

Il Romice scudato si rinviene in tutte le zone montuose d’Italia,dove cresce sulle rocce,i ghiaioni e i vecchi muri,soprattutto su terreno calcareo. Sull’ Etna a quote più alte,dai 1750 m fino ai3000 m di altitudine,si rinviene una forma endemica,la forma aetnensis,tipica delle sciare e delle sabbie vulcaniche,caratterizzata da un portamento ridotto,con foglie pubescenti,cuoriformi-rotondate,arrossate e pannocchia meno ramificata.

 

 

 

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CURIOSITA’

 

Le popolazioni etnee usano staccare le cime del Romice scudato e masticarle per gustare il succo leggermente acidulo. Tale pratica è fatta più per passatempo che per scopo alimentare,anche se la linfa della pianta ha un ottimo effetto dissetante. Un’abitutine simile è praticata,soprattutto dai ragazzi,anche per l’Acetosella,specie della famiglia Oxalidaceae,a fiori gialli sorretti da un lungo peduncolo succulento;la pianta,chiamata in dialetto Acitazzu,è assai più acida del Romice,avendo un maggiore contenuto di ossalato. In alcune località etnee le cime del Romice si impiegano anche per insaporire le insalate.

 

 

 

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La pianta Romice è usata in erboristeria per le sue proprietà astringenti,depurative,rinfrescanti,lassative.E’ impiegata in caso di laringite,tosse secca e mal di gola.La sua radice,ricca di ferro,è utilizzata come antianemico,tonico-ricostituente,astringente.Le foglie di Romice possono essere usate per uso esterno come cataplasmi per dermatiti,infezioni cutanee,foruncoli.Le giovani foglie possono essere usate nelle minestre,oppure miste ad altre erbe cucinate lesse.Dalla pianta si ricavano anche coloranti e la radice è ricca di ferro e favorisce l’assimilazione del ferro da parte dell’organismo.

 

 

ETIMOLOGIA

 

Il primo termine del binomio è il nome con cui i Latini chiamavano la pianta;esso deriva da “rumex”che ha il significato di asta,lancia,in riferimento alla forma appuntita delle foglie di molte specie.Non ha consistenza la presunta derivazione da “rumen”riferita alla pratica che i Latini avevano di masticare le foglie dell’erbaggio.Il secondo termine allude alla forma delle foglie,simili a uno scudo.

 

                                                                                                          Calanna Debora

 

 

 

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Il Salice piangente

Il genere Salix appartiene alla famiglia delle Salicaceae. Originario dell'Europa, Asia e Nord America, comprende circa 300 specie di alberi, arbusti e piante perenni legnose o frutticose, generalmente a foglia caduca; le specie arboree arrivano ai 20 m di altezza.  Il nome del genere Salix deriva dal termine celtico sal-lis che significa “vicino all’acqua”. In latino era detto salix, ma i Romani chiamavano vimen-is la varietà i cui rami flessibili erano utilizzati per la fabbricazione di cesti.

                             

 

 

PROPRIETA’

 

ALTEZZA   10m

CHIOMA   emisferica, “piangente”

TRONCO   sinuoso, spesso piegato, a rami incurvati verso il basso, giovani rami bruno-rossastri; CORTECCIA   bruno-rossastra, solcata

FOGLIAME   deciduo

FOGLIE   semplici, lanceolato-acuminate, di 10-15 cm, fittamente seghettate; inserzione alterna o sparsa

FIORI  pianta dioica con infiorescenze maschili ad amento di 4 cm e quelle femminili di 2 cm

FIORITURA   ad aprile-maggio
FRUTTI   capsule in spighe

 

LE SPECIE SPONTANEE DI SALICIS

 

Le specie spontanee della nostra flora sono poco più di 30, molte di difficile identificazione grazie alla notevole facilità con cui si formano ibridi con caratteristiche intermedie, tra le più note ricordiamo:

 

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il S. Alba   noto volgarmente col nome di Salice da pertiche o Salice bianco;

il S. Caprea   noto col nome di Salicone o Salcio di montagna;

il S. Myrsinites   arbusto dalle ridotte dimensioni in genere non supera i 50 cm, con rami contorti e nodosi prostrati o eretti, i rami giovani come le gemme sono vellutate, successivamente diventano lisci, le foglie quasi prive di picciolo, sono ovoidali-ellittiche quasi lanceolate e acute all'apice, con margine intero o dentato, percorse da nervature fittamente reticolate, di colore verde, lisce o lanuginose, gli amenti peduncolati sono di forma cilindrica e allungata, con i singoli fiori portati all'ascella di piccole squame vellutate di colore porpora scuro, fiori con due stami liberi con antere violaceo-porporino o brunastre, il frutto è una capsula conica, pelosa o liscia, quasi sessile, contenente numerosi semi pelosi minuscoli;

il S. Aurita   diffuso dalle Alpi alla pianura padana;

il S. Elvetica   diffuso sui pendii sassosi e sulle morene lungo le rive dei torrenti alpini, quasi esclusivamente su suoli silicei, ha foglie bislunghe o ellittico-lanceolate, a margine debolmente seghettato, glabre superiormente, amenti sessili con antere giallicce o brunastre, ovario tormentoso,raramente più alte di 1 m;

il S. Herbacea    è uno dei più minuscoli del gruppo dei salici nani, vegeta nelle zone silicee delle valli nivali, dove forma saliceti compatti alti 1-8 cm, ha foglie quasi rotonde e seghettate, nervature reticolate, rami striscianti nello strato superficiale del suolo, sottili e fragili;

il S. Reticulata   pianta pioniera, deve il nome della specie alla disposizione delle nervature fogliari, molto rilevate sulla pagina inferiore, che formano anastomizzandosi continuamente, un caratteristico reticolo, le foglie bollose a forma ellittica o ovoidale-arrotondata, lungamente spicciolate, di colore verde cupo, i fiori unisessuali, riuniti in amenti apicali, dei rami di 2 o più anni, sono cilindrici, peduncolati e provvisti di squame pelose, con 2 nettari, i fiori maschili hanno 2 stami liberi con antere di colore violaceo;

il S. Retusa   comune sulle rupi e i pascoli di alta montagna fino ai 3.000, è un'importante pianta colonizzatrice di pendii instabili, ha portamento prostrato e strisciante, con ramificazioni del fusto legnose e robuste, foglie ovoidali-lanceolate, dal margine liscio e percorse da nervature parallele, i fiori unisessuali riuniti in amenti brevemente peduncolati, fiori maschili provvisti di 2 nettari, quelli femminili uno solo, gli stami sono 2, e le antere inizialmente di colore giallastro assumono successivamente una colorazione rossastra, il frutto è una capsula conica peduncolata;

il S. Purpurea   chiamato volgarmente Salice rosso o Brillo specie colonizzatrice spontanea lungo i greti dei corsi d'acqua, viene coltivato nelle numerose varietà come pianta ornamentale e per la produzione dei vincastri utilizzati per realizzare cesti, stuoie, oggetti vari; arbusto a portamento cespuglioso, che a volte raggiunge anche i 6 m di altezza, ha rami robusti, lisci e lucenti, le foglie di colore verde chiaro lucente, sono quasi prive di picciolo, lanceolate con margine finemente dentellato, i fiori

 

 

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unisessuali provvisti di una sola ghiandola nettarifera, sono riuniti in amenti sessili, cilindrici, densi e lunghi 15 cm, i fiori maschili hanno 2 stami a volte saldati tra loro, con antere di colore rosso o porpora (da cui il nome della specie); il frutto è una capsula ovoidale-conica  sessile e pelosa.

 

Salici bianchi in inverno - Filicaja - Montaione (FI)

 

 

UTILIZZO

 

Come pianta ornamentale nei giardini o per decorare grandi vasche, stagni e le rive dei corsi d'acqua

I vinchi vengono impiegati in agricoltura per legare le viti, mentre i vincastri sono utilizzati per realizzare cesti, stuoie, oggetti vari.

Il legno bianco, tenero, leggero, pieghevole, poco resistente, si presta per realizzare casse da imballaggio, attrezzi e sculture, per la produzione di truciolati e cellulosa, utilizzato come combustibile e per fornire un carbone per la preparazione della polvere pirica.

La corteccia di quasi tutte le specie contiene tannini che vengono utilizzati per la concia del pellame. La salicina un tempo usata come sostanza medicinale.

Le foglie come foraggio per gli ovini.

 

 

 

                                    Salice nell'aspetto invernale

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CURIOSITA’


Alla morte di Alfred de Musset gli amici, seguendo il desiderio che il poeta aveva espresso in una poesia, piantarono vicino alla sua tomba un salice piangente i cui rami cadenti quasi fino a terra e le foglie pendule evocano non soltanto le lacrime, ma anche il contegno che si tiene ai funerali, tant’è vero che a una persona addolorata si suole dire :“Sembri un salice piangente.”
Nell’immaginario popolare l’albero è diventato anche l’emblema del Ricordo Nostalgico, della Malinconia e del Compianto.
“ I salici che perdono i frutti”: così scrive Omero, secondo un’osservazione ripetuta da Teofrasto, il quale notava a sua volta come i frutti dei salici cadessero prima di giungere a maturazione; la rapidità della loro maturazione e la conseguente caduta evocò nei Greci l’immagine di un albero vivente uccisore del proprio frutto, simbolo della Madre Terra che perpetuamente genera, per poi riprendere, nel suo grembo gli esseri generati.
Per questo motivo il salice fu sacro a tutte le dee madri.
In Grecia il salice era dedicato alle dee
Torcicollolunari, da Era a Persefone, da Circe a Ecate, tutte personificazioni notturne e infere della Luna, come triplice dea. Si narra che la culla di Zeus sull’Ida fosse appesa ai rami di un salice cresciuto fuori dalla caverna dov’era nato il futuro padre degli dèi.
L’albero era sacro alla Luna perché prediligeva l’acqua e sui suoi rami nidificava il torcicollo, uccello sacro alla dea. Era il torcicollo un migratore primaverile che sibilava come un serpente, alzava la cresta quando era adirato, aveva il collo mobilissimo, deponeva uova bianche e  aveva sulle piume segni a V, simili alle scaglie dei serpenti oracolari, consacrati alla Luna nella Grecia antica.
Il salice era, inoltre, un albero molto importante per i Celti,  tanto che i sacrifici umani dei Druidi venivano offerti al plenilunio in cesti e vimini e le loro selci funerarie avevano la forma di una foglia di salice.
Il suo stretto legame con la Luna lo ha tramutato nel Medioevo nell’albero degli incantesimi e in quello prediletto dalle streghe.

Nel 1700 era in uso un “vino” di corteccia di salice che veniva somministrato alle fanciulle di quel tempo che soffrivano di mal d’amore.  

 

 

 

 

 

 

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LA LEGGENDA DEL SALICE


Gesù saliva verso il Calvario, portando sulle spalle piagate la croce pesante. Sangue e sudore scendevano a rigare il volto santo coronato di spine. Vicino a Lui camminava la Madre, insieme ad altre pie donne.                                                                              Gli uccellini, al passaggio della triste processione, si rifugiavano, impauriti, tra i rami degli alberi.                                                                                                                        Ad un tratto - Gesù stramazzò al suolo. Due soldatacci, armati di frusta, si precipitarono su di Lui, allontanando la Madre, che tentava di rialzarlo "Su,muoviti! E tu, donna, stattene da parte". Gesù tentò di rialzarsi, ma la croce troppo pesante glielo impedì. Era caduto ai piedi di un salice ...Cercò inutilmente di aggrapparsi al tronco. Allora l'albero pietoso chinò  fino a terra i suoi rami lunghi e sottili perché potesse, afferrandosi ad essi, rialzarsi con minor fatica. Quando Gesù riprese il faticoso cammino, l'albero rimase coi rami pendenti verso terra: perciò fu chiamato «Salice Piangente ».

 

 

 

 

 

 

                                                                                                        Bonaccorso Ilenia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Saponaria

 

 

 

 

SIGNIFICATO DEL NOME: Dal latino sapo: sapone, per le proprietà saponificanti della    sua radice.

NOME VOLGARE: Saponina

FAMIGLIA: Cariofillacee

PRINCIPI ATTIVI:

·         saponine

·         mucillagini

·         resine

·         vitamina C

un flavonglucoside

 

MORFOLOGIA

Pianta perenne erbacea, ramificata di colore bruno rossastro, cespugliosa; fusti eretti o ascendenti, talvolta legnosi alla base. Alta sino a 70 cm.
Gli steli sterili o semplici hanno foglie opposte, ovali, oblunghe e ricurve. Le inferiori brevemente picciolate , le superiori sessili e opposte ai nodi, ricoperte di peli corti o glabre, rugose sugli orli, con 3 nervature rilevate.
I fiori di colore rosa più o meno intenso, con 5 petali appena smarginati , calice

 

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violaceo,sono riuniti in cime compatte alla sommità degli steli. Emanano un delicato profumo, soprattutto verso sera.
I frutti sono capsule oblungo-piriformi che contengono numerosi semi neri.


HABITAT

La saponaria cresce vicino alle siepi, ai margini dei sentieri o lungo le scarpate. Luoghi erbosi, prati, siepi, terreni freschi, ai margini dei ruscelli e dei prati, delle strade, campi incolti, dal piano fino alle zone montane dell’Europa, Asia, Africa settentrionale e America.

 

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I principi attivi sono saponine, mucillagini e resine.Le sue proprietà sono principalmente depurative, diuretiche, sudorifere e toniche. Il decotto si usa anche nei casi di pigrizia epatica e nelle dermatosi (acne o da psoriasi). In campo estetico si puo' preparare un eccellente shampoo per capelli fragili. Ricca di saponine, sostanze che col sapone hanno in comune solo la proprietà di produrre schiuma a contatto con l'acqua, in passato veniva utilizzata dal popolo come detersivo. Va usata solo dietro prescrizione medica. Confezionare, filtrare e utilizzare subito i preparati, senza mai lasciar macerare la pianta o le sue parti nell'acqua perché il macerato potrebbe essere tossico.Ha delle proprietà anche per le bronchiti e per l'artrite

 

SAPONINE

Le saponina(o saponoside)è una sostanza presente nei gambi, nelle foglie e soprattutto nelle radici, grazie alla quale appunto esercita il suo delicato, ma profondo, potere detergente. Le saponine sono dei glicosidi di origine vegetale che prendono il nome dalla Saponaria officinalis, da cui furono riscontrati per la prima volta.
Sono in grado di abbassare la tensione superficiale in soluzioni acquose; sono capaci di formare soluzioni colloidali schiumeggianti e si possono usare come emulsionanti.
L’iniezione per via parenterale di questi composti determina emolisi.
L’assunzione per via orale, invece, non produce quest’effetto velenoso in quanto l’attività emolitica delle saponine si esplica solo se la molecola rimane intatta, cosa che durante la digestione non avviene in quanto essa viene scissa nei due suoi componenti.
In animali a sangue freddo e nei pesci le saponine risultano tossiche in ogni caso per cui nel passato piante contenenti queste sostanze sono state usate come veleni per la caccia.  Si ritiene che le saponine siano utilizzate dalle piante come sistemi difensivi contro organismi patogeni, in particolare funghi. In alcuni casi esse sono già presenti; altre volte vengono sintetizzate da dei precursori nel caso in cui la pianta abbia subito un danno.

 

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Strutturalmente, le saponine sono formate dall’unione di residui zuccherini (come glucosio, fruttosio, galattosio, arabinosio od altri) con una molecola non zuccherina detta aglicone (nel caso specifico anche sapogenina). Questa struttura particolare è la responsabile dell’attività detergente delle saponine in quanto gli zuccheri formano una sezione idrosolubile mentre l’aglicone risulta essere liposolubile.
I residui zuccherini sono presenti in numero variabile da una a sei unità. Le sapogenine hanno, invece, una struttura più complessa, riconducibile a due gruppi:

·         triterpenico

·         steroideo

Le saponine a nucleo triterpenico (come la glicirrizina della liquirizia o l’escina dell’ippocastano) hanno una struttura pentaciclica a 30 atomi di carbonio mentre quelle a nucleo steroideo ne hanno una di base con 27 carboni (spesso la catena alifatica è trasformata in due anelli eterociclici).

In terapia, al momento, alle saponine di alcune piante viene riconosciuta attività antiinfiammatoria, cicatrizzante (come nella liquirizia) ed antiedemigena (come nell' ippocastano).

Spesso le saponine sono usate nell’industria per la successiva produzione di ormoni steroidei (come, ad esempio, il testosterone ed il cortisolo).

 

IN CAMPO ESTETICO

Si può preparare un eccellente shampoo per capelli fragili. L'alto contenuto di saponine, sostanze che nulla hanno in comune con il sapone se non la proprietà di produrre schiuma a contatto con l'acqua, hanno meritato il nome a questa pianta che veniva utilizzata dal popolo come detersivo. Il suo rizoma raccolto in autunno dopo la fioritura serviva per lavare la lana. La saponaria serviva anche per confezionare rudimentali paste dentifrice.

CURIOSITA’


Già usata come sapone dagli Assiri (VIII a.C.), cinque secoli prima di Cristo si parlava della saponaria per sgrassare la lana che le popolazioni nomadi dell'Asia impiegavano per tessere i loro famosi tappeti.
Attorno al 400 avanti Cristo, il grande medico Ippocrate citava le possibilità terapeutiche attribuite alle radici di saponaria "capace di depurare il corpo e donare alle donne una pelle rosata, degna di quella di Venere".
Usata dagli antichi romani nei bagni termali, in tempi passati medici arabi la impiegavano nella cura della lebbra.
In The English Physitian Enlarged ( 1653) Nicholas Culpeper afferma che questa pianta “è una cura eccellente contro la sifilide”. Il suo impiego nel curare i sintomi di

 

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questa malattia e di altre malattie veneree era consigliato anche dalla Greve ( A Modern Herbal 1931), in particolar modo nei casi in cui aveva fallito il trattamento con mercurio, utilizzato per circa 400 anni.
Le saponarie rappresentano uno strano fenomeno, del tutto opposto a quanto avviene normalmente. Infatti, di solito le specie spontanee vengono promosse al ruolo di piante coltivate, arrivano a decorare balconi e giardini e, qualche volta, finiscono per sparire da prati e pascoli, sopravvivendo solamente come elementi di carattere ornamentale.
Le saponarie, invece, almeno per quanto riguarda l'area europea, sono state importate anticamente per portare una nota di colore nei giardini segreti dei castelli oppure negli orti conventuali, nei chiostri dei monasteri; solo in seguito si sono diffuse e naturalizzate, sino a invadere tutto il nostro territorio.

 

                                                                       Mignemi Francesca e Marziale Santa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il tanaceto

 

NOME BOTANICO(GENERE E SPECIE):Tanacetum siculum

DERIVAZIONE DEL NOME: Il nome "tanaceto" deriva dalla parola greca che significa "immortalità", giacché, oltre alle proprietà prima ricordate, si riteneva che la pianta conferisse vita eterna a chi ne beveva l'infuso.

CARATTERISTICHE:

Pianta perenne con portamento cespuglioso, originaria dell'Europa e Asia Occidentale. Hanno un odore fortemente aromatico con fusti eretti alti fino a 120 cm e ramificati nella parte superiore e le foglie, seghettate ai margini,sono particolarmente arricciate e profumate.La pianta sopravvive agli inverni miti e la sua fioritura avviene in estate.Prediligono terreni sciolti ma si riproduce ovunque( luoghi incolti, nei campi e ai margini delle strade).Cresce nei mesi tra luglio e settembre,ad un'altezza di 0-1600 m in punti soleggiati dove hanno una crescita rapidissima.

PARTI UTILIZZATE PER SCOPI MEDICINALI

L'intera pianta

COMPOSIZIONE CHIMICA

Il principio attivo più importante e' il partenolide.Contiene anche un'alta quantità di flavonoidi,amari, borneolo ,camfora ,resina ,tanacetone ,tuione.


PROPRIETA' FARMACEUTICHE DIMOSTRATE

Ha proprietà digestive, antispasmodiche, stimola le contrazioni uterine, uccide i parassiti intestinali,stimola l'appetito.

PROPRIETA' FARMACEUTICHE NON DIMOSTRATE  

Sembra che questa pianta abbia avuto in alcuni casi proprietà curative contro il dolore. Provoca euforia e cura gli ascaridi e gli ossiuri.

INFORMAZIONI VARIE E AVVERTENZE

Il tanaceto è una pianta potente quindi rispettare scrupolosamente le dosi. La sua essenza è velenosa e può causare il tetano e l'aborto. La pianta e soprattutto l'olio essenziale vanno usati solo dietro prescrizione medica.

TRADIZIONI E CURIOSITA'

 In un'epoca in cui i palati erano forse meno sensibili degli attuali,le foglie verde scuro della pianta, fortemente aromatiche, erano molto usate in cucina, soprattutto per pietanze a base di uova. In particolare, i cuochi francesi che preparavano le omelette ne usavano le foglie, così come oggi ricorrono alle fines herbes (erbe aromatiche). I pasticceri, a loro volta, usavano questa pianta come una valida alternativa alle costose

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spezie importate, quali noce moscata e cannella.
Il sapore piccante del tanaceto risulta però eccessivo per i gusti contemporanei: in effetti, è talmente spiccato che, se pure un tempo veniva usato per insaporire le pietanze, lo si adoperava anche come repellente, per impedire che i topi si avvicinassero al frumento e al granoturco o le mosche alla carne. Inoltre i suoi fiori venivano posti in sacchettini di garza e messi dentro armadi, guardaroba e materassi per allontanare tarme,cimici e pulci.


                                                                                                                                            

 

 

                                                                                                                          

                                         

                                                                                                                          Mignemi Francesca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Indice

 

 

Introduzione………………………………………………………………………..Pag. 2

Astragalus…………………………………………………………………………Pag. 4

Betulla……………………………………………………………………………. Pag. 6

Betulla dell’Etna………………………………………………………………….Pag. 7

Camarezza……………………………………………………………………….Pag. 12

Camomilla………………………………………………………………………..Pag. 14

Castagno…………………………………………………………………………Pag. 17

Castagno dei cento cavalli……………………………………………………..Pag. 18

Poverina………………………………………………………………………….Pag. 22

Crespino…………………………………………………………………………Pag. 23

Euforbia Arborea……………………………………………………………….Pag. 25

Faggio…………………………………………………………………………..Pag. 27  

Felce……………………………………………………………………………Pag. 29

Lavanda………………………………………………………………………..Pag. 31

Lupino………………………………………………………………………….Pag. 34

Pungitopo……………………………………………………………………..Pag. 36

Romice………………………………………………………………………..Pag. 39

Salice piangente…………………………………………………………….Pag. 41

Saponaria……………………………………………………………………Pag. 46

Tanaceto…………………………………………………………………….Pag. 50

Conclusione…………………………………………………………………Pag. 52             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pag. 53