Casella di testo:

 

 

Unione Europea

Fondo Sociale Europeo

 

Ministero della Pubblica Istruzione

Dipartimento per l’Istruzione

Direzione Generale per gli Affari Internazionali

Uff. V

PROGRAMMA OPERATIVO NAZIONALE 2007-2013 /OBIETTIVO “CONVERGENZA”

“COMPETENZE PER LO SVILUPPO” – ANNUALITÁ 2007

 

 

Liceo Scientifico “E. Majorana” San Giovanni La Punta (CT)

Anno Scolastico 2007/2008

 

 

Metnamorfosi

 

Una nostra rivisitazione

del mito classico

 

 

 

 

 

 

 

 

Laboratorio di scrittura creativa

realizzato con gli allievi della classe II A LB

 

 

Docente esperto: Rosamaria Consiglio

Docente tutor: Antonia Lo Brutto

 

 

La fanciulla dai capelli neri

e dagli occhi viola

 

 

Tantissimi secoli fa,nella zona orientale della Sicilia,viveva il popolo dei Siculi,fin quando nel VI sec a.C. la Sicilia fu colonizzata dai Greci.

Si racconta che in un paesino ai piedi dell’Etna,vivesse una bellissima ragazza dai morbidi capelli neri e dagli occhi di colore viola, una particolarità che colpiva chiunque la guardasse.

La sua famiglia,credendo che fosse una creatura divina, per compiacere il dio del fuoco, Vulcano, l’aveva destinata ad essere sacerdotessa nel suo tempio.

 Un giorno,mentre la giovane curava il giardino intorno al tempio,fu notata da un nobile greco che, invaghitosi della sua bellezza, ma rifiutato dalla fanciulla, iniziò a perseguitarla e a minacciare di morte la sua famiglia.

Per sfuggire a un tentativo di rapimento, la ragazza scappò attraverso i sentieri boscosi del Mongibello, inseguita dal suo persecutore finchè, stremata dal freddo e dalla fame, si rannicchiò su se stessa.

Mentre il giovane greco stava per raggiungerla, il vulcano eruttò una striscia di lava che lo uccise; contemporaneamente il dio del fuoco trasformò la giovane sacerdotessa in un cespuglio di spine, circondato da variopinte viole, perché nessuno potesse raccoglierle, pur ammirandone la bellezza.

Così chi raggiunge i 2100 metri sul monte etneo,nella zona desertica può ammirare lo Spino Santo (astragulus siculus) che popola le pendici dei crateri secondari e, forse, se la giornata è serena,può sentire nel vento un soave canto di fanciulla.

 

Giulia Palmieri

 

Casella di testo:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Un sogno avverato

 

In un’epoca molto lontana dalla nostra, al tempo dei Greci, nella Sicilia orientale viveva un ragazzino di nome Elce.

Abitava in un paesino, alle pendici dell’Etna, con la sua famiglia, che lo prendeva spesso in giro per la sua piccola statura.

Elce trascorreva gran parte del suo tempo nei boschi, in compagnia del suo unico amico, uno scoiattolo di nome Flos.

Giocava spesso tra gli alberi e, ogni giorno, si recava in un piccolo spiazzo dove pregava Giove affinché lo facesse diventare alto come gli alberi che crescevano lì intorno.

Un giorno, Elce, inciampò in una radice e, sbattendo la testa su un masso, rimase privo di sensi. In sogno gli apparve Giove, che volle esaudire le preghiere del fanciullo.

Fu così che il dio lo trasformò in un albero dalle notevoli dimensioni, ricco di bellissimi fiori di colore rosa e oro e di dolcissimi frutti che lo scoiattolo Flos dimostrò di apprezzare notevolmente.

Tutti gli abitanti del paese notarono questo enorme albero e lo adorarono come una divinità, dandogli il nome di “Leccio”.

Fu così che Elce non fu più preso in giro per la sua statura, ma adorato come un dio.

 

Valeria Midolo

Casella di testo:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’infelice storia di Salicia

 

Casella di testo:  Sulle falde dell’Etna, viveva un popolo governato dalla regina Salicia, una donna molto attraente,tanto che non pochi uomini erano rimasti ammaliati dalla sua bellezza.

Un giorno, la regina Salicia uscì per fare una passeggiata per i boschi etnei che si estendevano nei pressi del suo imponente castello.

Ad un tratto, vide un giovane disteso sull'erba, sotto un grande albero che aveva un particolare fascino dovuto alla folta chioma.

I suoi rami erano ritti e le foglie avevano un tenero colore verde. Alla vista del giovane,la regina rimase folgorata dalla sua bellezza, ma egli, vedendola avvicinare, fuggì.

Da quel momento, la regina ebbe un unico desiderio, sapere chi fosse quel giovane e riuscire a parlargli.

Il giorno seguente Salicia tornò in quel luogo e rivide il ragazzo,ancora disteso all’ombra del grande albero,ma questa volta egli non scappò,anzi iniziò a parlare.

La bella regina,dopo avere discusso a lungo con lui, lo baciò e subito dopo  gli chiese di sposarla. Il giovane,sorridendo, acconsentì; i due si sarebbero sposati sette giorni dopo, proprio sotto quell’albero.

I giorni passavano e Salicia era impaziente; così arrivò il settimo giorno.

Salicia andò all’appuntamento, seguita dai suoi sudditi curiosi di conoscere il futuro re.

Arrivati sotto  l'albero, la regina non credette ai suoi occhi: il suo amato giaceva a terra morto, col cuore trafitto da un pugnale.

Salicia scoppiò a piangere e, dopo tante lacrime e urla strazianti, il giovane fu sepolto sotto quell'albero.

Da quel funesto settimo giorno, ogni sera la regina si recava a versare lacrime di dolore sulla tomba del suo amato.

Dopo un mese, ella morì di una malattia della quale nessun medico riuscì a comprendere la causa. Ma, prima di morire, la regina sorrise, felice di raggiungere il suo amato.

I suoi sudditi la seppellirono sotto quell'albero dove giaceva il suo innamorato.

Dopo la morte dei due giovani, anche all'albero successe una cosa strana che nessuno riusciva a spiegarsi. I suoi rami, che una volta erano ritti, si allungarono pendendo verso il basso,come se avessero anch'essi perso la voglia di vivere, custodendo così per sempre le tombe dei due giovani innamorati.

 

Maurizio Costa

Il destino di due sorelle:

Elles ed Euforbia

 

Al tempo dei Greci, in Sicilia, viveva  un’ artigiana, che realizzava cestini con le fronde dei salici.  Zeus si innamorò della sua bellezza e volle unirsi con lei.  

Quando gli dei vennero a sapere che la donna aspettava due figlie gemelle,  Afrodite ed Atena cominciarono a contendersi il loro destino. Per porre fine al loro litigio, intervenne Era che pensò di maledire una sorella rendendola cattiva e di prediligere l’ altra, facendola diventare bella, buona e altruista.

Le due ragazze crebbero velocemente e i loro caratteri cominciarono a diversificarsi. Infatti una sorella, Elles, era gentile e disponibile con tutti; l’ altra, invece, Euforbia, era altrettanto bella, ma  invidiosa e collerica.

Infatti, ogni volta che Elles veniva elogiata, Euforbia la maltrattava e la riempiva di insulti e, per quanto Zeus intervenisse a dirimere i loro litigi, non poteva far niente contro la maledizione di Era.

Casella di testo:  Un pomeriggio, mentre le ragazze passeggiavano per un bosco etneo, sentirono dei gemiti provenire da un sentiero. Lì vi trovarono un giovane, che si lamentava per una ferita sul fianco provocata da una freccia.

Le ragazze lo portarono a casa, lo curarono e, dopo, si  innamorarono entrambe di lui. Questa fu la causa di liti ancora più furibonde  che accrebbero ulteriormente il loro odio. 

Il ragazzo era un messaggero inviato dagli dei per mettere alla prova le due sorelle. Un giorno, durante una delle solite liti, Euforbia ferì sua sorella con una lancia e, per paura che la potessero scoprire, scappò di casa.

La notizia del suo gesto orribile arrivò anche all’ orecchio degli dei che la punirono facendola precipitare in un dirupo. Ma Flora, la dea delle piante e dei fiori, ne ebbe compassione e la trasformò in una pianta, l’euforbia arborea,  che, però, rispecchiava la sua indole.

Si tratta, infatti, di una pianta arbustiva, di circa 2 m di altezza, con i fiori gialli  come l’invidia di quella ragazza e con delle bacche contenenti un latte tossico e urticante come la sua rabbia.

                                    

Ilenia Bonaccorso

La forza dell’amore

Un giorno, sulle quote più alte dell’Etna, il giovane e valoroso fanciullo Akros, noto per la sua forza e il suo coraggio, stava combattendo per la sua donna amata,Trigona, contro Marte, geloso dell’amore fra i due.

Akros, essendo mortale, non riuscì a sconfiggere il dio che, alla fine dello scontro, lo uccise con un’asta molto potente usata dagli dei più forti e sanguinari, il rumex.

Marte,  come premio per la vittoria conseguita nel duello, chiese la mano di Trigona, ma la ragazza, afflitta dal dolore per la morte dell’amato, decise di uccidersi con la stessa arma con cui era stato trafitto il cuore del suo innamorato e lo seguì nell’oltretomba.

Marte, furioso, trasformò i loro corpi in radici e l’asta, con cui essi erano stati uccisi, in un fiore. Inoltre il dio, a questi piccoli fiori, non diede né nettare né profumo. Ancora oggi questa pianta cresce nel luogo dove i due amati morirono, e fiorisce nel periodo estivo, da maggio ad agosto.

Si chiama “romice”, dal nome dell’asta con cui ragazzi furono uccisi.

Debora Calanna 

 

IL lupino Filippo

Anni e anni fa, in un paesino alle pendici dell’Etna, viveva un uomo di nome Filippo. Era molto amato dalla gente del paese poiché destinava molto denaro ai poveri e aiutava tutti coloro che si trovavano in difficoltà.

A causa della sua timidezza, non riusciva però a dimostrare il suo amore a Rosanna, una fanciulla sua compaesana, di cui era follemente innamorato da tempo.

Filippo, un giorno, però si armò di coraggio e dichiarò il suo amore a Rosanna; scoprì che il sentimento era ricambiato, e, dopo poco tempo, i due poterono coronare il loro amore con il matrimonio.

 Rosanna, però,dopo pochi mesi dalle nozze venne colpita da una grave malattia e morì. Filippo così cadde in una profonda e lunga depressione ma, in seguito, rendendosi conto che la vita per lui non aveva più senso, si uccise.

Gli dei si commossero alla vista della morte di un uomo tanto buono e tanto giusto.

Così lo fecero diventare la pianta del lupino, i cui frutti hanno un sapore amaro, come fu amara la vita di quell’uomo, ma un grande potere nutritivo, a ricordo della benevolenza di Filippo.

Giulia Cammarata

 

La leggenda del frassino guaritore

Si narra che una giovane fanciulla, di nome Dora, fosse solita passeggiare tra i sentieri di un boschetto etneo per raccogliere delle fragole e delle bacche da portare alla madre.

Una bella mattina, Dora, dopo essersi inoltrata nel bosco ed aver raccolto un bel cesto di fragole, decise di intraprendere la via del ritorno quando notò un bellissimo albero dalle ampie fronde, chiamato da tutti “frassino”.

Fu allora che Dora decise di fare una piccola sosta sotto le fronde del frassino, prima di fare rientro a casa.

Mentre si sedeva, però, non si accorse che accanto a lei vi era un serpente molto velenoso, che non esitò a morderle la caviglia per poi dileguarsi tra il fogliame secco. Dora, disperata, pregò i sommi dei di aiutarla.

La leggenda racconta, allora, che il frassino non esitò a correre in aiuto della fanciulla. L’abbracciò con i suoi rami e le sue foglie lenirono e curarono le ferite della ragazza. Ella fu riconoscente per l’immenso aiuto ricevuto e raccontò la sua avventura ai compaesani i quali, da quel momento, utilizzarono le foglie del frassino per curare i morsi delle serpi.

Tayla Catania

Casella di testo:

 

 

 

 

 

 

 

Fagus, il gigante

Si narra che, in un paesino alle pendici dell’Etna, viveva un gigante di nome Fagus, il più alto gigante della terra.

Aveva una chioma immensa, e mangiava,  mangiava in modo smodato tutti i frutti prodotti dai contadini del villaggio.

Un giorno, essi, stufi di non avere più viveri, andarono a lamentarsi con gli dei, con i quali arrivarono ad una soluzione.

Zeus diede loro il seme di un frutto, dal profumo irresistibile, racchiuso in un guscio spinoso, le cui spine, se toccate, avevano il potere di trasformare qualsiasi essere vivente in albero.                                                  

Così gli abitanti, badando a non toccare il frutto con le mani, facendolo rotolare grazie all’aiuto di un bastone, andarono a posizionarlo davanti alla porta dell’abitazione del gigante.

 Fagus, dall’olfatto fine, sentì subito il profumo del frutto e, correndo alla porta, lo raccolse da terra tentando di aprirlo.

Non appena toccò il frutto, però, le spine fecero trasformare le gambe del gigante in radici, le braccia e il collo in rami, e i capelli in foglie dalla forma arrotondata e larga. Così il gigante Fagus diventò un albero maestoso che produceva frutti come quello da lui toccato. Purtroppo, però, anch’essi avevano il potere di trasformare chiunque li toccasse in alberi.  

Gli dei rimasero entusiasti alla vista di un albero così bello e, per paura che qualcuno, raccogliendo i sui frutti, potesse avere la stessa sorte del gigante, li privarono del loro potere magico e li resero commestibili.                                                                   Da quel giorno il villaggio non venne più tormentato dal gigante e la popolazione denominò quell’albero gigantesco “Fagus”.    

Nicoletta Chiaia

Casella di testo:

 

 

 

 

 

 

 

La leggenda del pungitopo

 

Un tempo, vicino ai boschi dell’Etna, vi era una piccola capanna dove abitava un uomo molto anziano, Giuseppe, che aveva circa cento anni.

Egli aveva scelto di vivere lassù da solo, lontano dalla sua famiglia.

Amava l’Etna e i suoi meravigliosi paesaggi, che ormai conosceva benissimo, e adorava  fare lunghe passeggiate su quei pendii; ma c’era una zona che amava di più rispetto alle altre, dove trascorreva gran parte del suo tempo e sembrava cercare, o meglio proteggere qualcosa.

Proprio per questa sua aria così misteriosa, la gente aveva molta paura di lui e molti lo deridevano chiamandolo “guardiano dell’Etna”.

Tra gli affetti più cari che aveva, c’era quello per il suo nipotino di dodici anni, Tommaso, che non vedeva da molti anni.

Un giorno Tommaso decise di andare, insieme alla mamma, a trovare il suo caro nonno.

Quando arrivò alla sua capanna, lo abbracciò e gli raccontò della scuola e dei suoi amici; poi gli chiese di fargli vedere tutte le meraviglie dell’Etna. Così andarono a fare una passeggiata mentre la mamma  preparava il pranzo.

Lungo la strada,  ogni volta che Tommaso vedeva una pianta nuova, chiedeva  informazioni al nonno. Ad un certo punto, però, il bambino si allontanò troppo dall’anziano,  tanto da avvicinarsi quasi al cratere dell’Etna, dove non arrivava mai nessuno. Quando il nonno lo raggiunse, si accorse che Tommaso fissava attentamente una pianta che egli conosceva benissimo e che aveva sempre cercato di nascondere.

Il ragazzino gli chiese se avesse mai visto quella pianta e il nonno, preso alla sprovvista,  rispose di sì senza rifletterci.

Il bimbo gli chiese dunque di raccontargli la storia di quella bellissima pianta e Giuseppe, non volendo deludere il nipotino, gliela raccontò.

 Incominciò dicendogli che la pianta si chiamava pungitopo e che una volta esisteva un piccolo villaggio ai piedi dell’Etna in cui la gente era molto cordiale e tutti si volevano molto bene.        C’era soprattutto un uomo che, pur non essendo ricco, si distingueva per la sua generosità, per la sua allegria e gentilezza.

Purtroppo un giorno l’animo cattivo di un dio, decise di impossessarsi del suo corpo e così egli divenne tutto l’opposto di quello che era prima.

Infatti incominciò a seminare il panico per tutto il villaggio, a derubare i più poveri, ad incendiare i campi; dopo un po’, derubare la gente e incendiare i raccolti non lo divertirono più e così cercò di trovare un altro passatempo: incominciò a uccidere chiunque lo infastidisse.

Mentre egli continuava la sua carneficina e nessuno lo contrastava per paura, un gruppo di amici decise di prendere in mano la situazione e di trovare un modo per fermarlo.

 Il loro piano non era quello di ucciderlo, ma di liberarlo da quella possessione malvagia che si era impadronita di lui.

Si trattava di escogitare un modo per scacciare lo spirito dal suo corpo e di trovare un oggetto che potesse sigillarlo, in modo da non permettergli più di uscire.

 Sapevano che da soli non avrebbero potuto farcela e così chiesero aiuto agli dei, molti dei quali però, non vollero aiutarli perché non accettavano che un dio, seppur malvagio, venisse imprigionato in un oggetto umano.

Un solo dio si distinse dagli altri e si prestò ad aiutarli dando loro una formula per  imprigionare quello spirito per sempre.

Aggiunse, però, che prima di pronunciare tale formula avrebbero dovuto uccidere quell’uomo, senza tuttavia preoccuparsi perché la sua morte era solo temporanea. Subito dopo dovevano recitare la formula che avrebbe fatto uscire dal suo corpo l’anima malvagia che poi sarebbe stata imprigionata.

Casella di testo:  Dette queste parole, il dio si allontanò ma uno dei ragazzi lo fermò e gli chiese quale oggetto avrebbero dovuto usare per intrappolare l’anima. Il dio rispose che dovevano solo preoccuparsi di ucciderlo e di pronunciare la formula perchè sarebbe stata questa stessa a trovare l’oggetto più opportuno dove rinchiudere lo spirito malvagio, e detto questo se ne andò.

Rassicurati da queste parole, i ragazzi partirono  e, pur avendo molta paura, affrontarono lo spirito malvagio. La lotta fu durissima finchè un ragazzo con un bastone appuntito trafisse il mostro che si schiantò a terra senza vita.

I ragazzi si riunirono formando un cerchio e incominciarono a recitare ad alta voce la formula magica riuscendo a far uscire lo spirito malvagio dal corpo inerte di quell’uomo.

Dopo aver pronunciato tutta la formula, il sangue del malvagio, si coagulò formando tante sfere rosse ognuna delle quali conteneva una parte del suo animo sinistro.

Sembravano delle bacche rosse da cui spuntarono delle spine per impedire che qualcuno le toccasse. Così nacque la pianta del pungitopo.

Alla fine l’uomo si riprese e ritornò ad essere quello di un tempo e, grazie al coraggio di quei ragazzi, il villaggio ritrovò la sua serenità.

Una volta terminato il racconto, il nonno disse al bambino che era per questo motivo che il pungitopo si trova così vicino all’Etna, per fare in modo che nessuno possa avvicinarsi e gli spiegò che le spine servono a tener lontane le persone dalle bacche rosse, che contengono l’animo malvagio del dio: se qualcuno, infatti, le toccasse, lo spirito malvagio si impossesserebbe di lui.

                                                                                   

Annalisa Pulvirenti 

Suicidio per amore

 

Molto tempo fa, in un paesino ai piedi dell’Etna,viveva una fanciulla di nome Clomilda.

Gli abitanti del luogo la conoscevano per la sua generosità, per la sua bontà d’animo e per la sua purezza.

Ma soprattutto Clomilda era nota per le sue doti canore,con le quali incantava chiunque la ascoltasse.

Infatti era dotata di un’incantevole voce con la  quale allietava le giornate di chi le stava accanto con dolci ninne nanne che avevano la capacità di infondere quiete nell’animo delle persone .

Inoltre, pur essendo molto semplice e umile, Clomilda era dotata di una bellezza quasi divina:lunghi capelli color oro le ricadevano lungo le spalle dalla carnagione chiara,dotandola di uno splendore raro.

Ogni giorno Clomilda si recava sull’Etna per raccogliere dei fiori selvatici e rimaneva particolarmente affascinata da un fiore di colore rosa confetto,chiamato “camomilla”,che fioriva su grandi prati rigogliosi.

Esso,inoltre,era dotato di un capolino di colore rosso che lo rendeva particolarmente attraente.

La giovane ragazza era solita addormentarsi su queste distese,per rilassarsi.

Sull’Etna viveva un dio, Morfeo, cioè il Dio del sonno che, di tanto in tanto, vedendo la bella ragazza addormentata sui prati,ne rimaneva fortemente attratto.

Così,un bel giorno, Morfeo decise di entrare in uno dei sogni di Clomilda.

Nel sonno i due si incontrarano e la fanciulla se ne innamorò perdutamente.

Da quel giorno Clomilda e Morfeo si vedevano ai piedi dell’Etna per stare insieme.

Ma la storia non andò a buon fine. Infatti,Zeus,era contrario all’amore tra i due poiché egli stesso si era invaghito della bella ragazza. Allora Zeus minacciò Morfeo di privarlo dei poteri divini,se non avesse smesso di incontrarsi con la sua amata.

Tra i due scoppiò una lotta furibonda che durò per molti giorni. Clomilda,venuta a conoscenza di ciò, dopo l’ultimo incontro con Morfeo,decise di uccidersi con un pugnale, datole dalla dea dell’oltretomba, Proserpina. In questo modo Clomilda sacrificò il suo amore per Morfeo.

Non appena si uccise, Clomilda cadde per terra e il suo sangue iniziò a scorrere fino ad arrivare ai piedi dell’Etna.

Proprio qui,al posto del suo sangue,iniziarono a fiorire quei fiori che Clomilda aveva tanto amato.

Essi, però,avevano subito una profonda trasformazione: il capolino era diventato di colore oro,come i capelli di Clomilda,e i petali rivolti all’ingiù erano diventati bianchi, proprio per simboleggiare la purezza e la bontà d’animo della ragazza.

Inoltre,la camomilla non cresce più in zone rigogliose bensì in terreni poveri e quindi “umili”come la nostra protagonista.

Jessica Pulvirenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La punizione degli dei

 

Nell'epoca in cui Atene era sotto la giurisdizione di Pericle, viveva in Sicilia, precisamente sotto le pendici dell'Etna, una ricca famiglia.

Casella di testo:  Numerosi erano i suoi componenti, ma tra tutti spiccava la bella ed altezzosa Viola. Era famosa in tutta la Sicilia non solo per la sua bellezza quasi divina, ma anche per il suo carattere capriccioso e superbo.

La giovane venne promessa in sposa all'età di sedici anni ad un nobile delle antiche colonie del nord della Sicilia. 

I preparativi furono lunghi, ma, nel mese consacrato alla dea Cerere, il corteo che avrebbe dovuto condurre la giovane dal suo promesso sposo, si mosse.

Arrivati ad una zona coperta da strati di pietra lavica, i servi, preoccupati di un eventuale incidente dovuta al terreno accidentato, chiesero alla padrona di scendere dalla lettiga e di proseguire a piedi.

Questa, rispondendo con aria altezzosa, disse che avrebbe preferito cadere in un dirupo e  trascinare con sé tutto il corteo, piuttosto che mettere i piedi su un terreno così desolato e insidioso.

Il corteo proseguì, ma ad un tratto un terremoto, provocato da un movimento brusco del dio Vulcano all'interno della sua officina, fece precipitare tutto il corteo in una voragine.

Tutte le anime furono portate nell'Averno, ma gli dei volevano far pagare a Viola il prezzo delle vite innocenti che aveva spezzato per colpa dei suoi capricci.

Per questo decisero di trasformare la giovane in un fiore dall'intenso colore viola, che cresce, nella zona desolata ed insidiosa che lei aveva tanto disprezzato, in modo da insegnare a tutti che la montagna va rispettata e non sfidata.

 

Federica Scuderi

 

 

 

 

La rosa selvatica

 

Casella di testo:  In un villaggio alle pendici dell'Etna, quando la neve era ormai sciolta, due contadini concepirono una bellissima bambina di nome Aurora.

Fin da piccola, Aurora amava raccogliere dei fiori per portarli alla sua mamma.

Gli anni passarono e la bambina diventò una bellissima fanciulla.

 La dea Venere, invidiosa di tanta bellezza, conoscendo la passione di Aurora per i fiori, ne fece nascere uno sull'Etna, bellissimo ma velenosissimo.

Un giorno di sole, Aurora si incamminò verso i boschi etnei.

Ad un tratto, il suo sguardo fu colpito da un fiore stranissimo che  non aveva mai visto prima:  aveva lo stelo verde pieno di spine e i petali di colore rosso sangue che emanavano un odore buonissimo.

Aurora subito lo odorò, ma, in quello stesso istante morì, perchè il fiore conteneva un veleno letale.

La dea Gea, furibonda nei confronti di Venere, colpevole di avere ucciso per un motivo così futile una fanciulla così bella, trasformò il suo corpo esanime nel fiore che  l'aveva uccisa e distrusse per sempre la rosa velenosa creata da Venere.

 

Claudia Saia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli effetti curativi della felce

 

Tutto ebbe inizio in un piccolo villaggio, nei pressi del vulcano Etna, in cui gli abitanti vivevano una vita sana e felice.

 La loro principale fonte di sostentamento era l’agricoltura; possedevano, infatti. dei campi stupendi che ogni anno davano frutti abbondanti per tutti gli abitanti.

 Un giorno, purtroppo, vennero assaliti dagli abitanti del villaggio vicino, invidiosi della fertilità dei loro campi e del loro benessere.

Tutti morirono o furono feriti; si salvò solo un ragazzo, soprannominato “Felce”, che fu l’unico che riuscì a scappare nel bosco, ma non potè  andare molto lontano a causa di una profonda ferita al ginocchio.

Infatti, ad un certo punto, si sedette sotto un albero e iniziò a pregare gli dei i quali, impietositi dai suoi lamenti, strinsero un accordo con lui: gli concessero un potere curativo, che però poteva usare solo per sé, non per guarire i suoi amici che erano stati feriti nello scontro.

Il ragazzo, in preda al dolore, accettò e, dopo pochi minuti, la sua ferita si rimarginò completamente.

Allora egli tornò nel suo villaggio e trovò la propria famiglia e alcuni amici feriti, che lottavano per la vita, ma purtroppo egli non poteva fare niente per aiutarli.

Allora si recò presso il tempio di Giove per cercare un’altra soluzione, ma Giove non si lasciava convincere facilmente.

Il ragazzo, in preda alla disperazione, dichiarò al padre degli dei di essere anche disposto a rinunciare alla propria vita per aiutare la sua famiglia e i suoi amici.

Proprio in quel momento la dea Flora, che aveva ascoltato le suppliche del ragazzo, decise di trasformarlo in una pianta dagli effetti curativi, che prese il nome di “Felce”, dal soprannome con cui gli abitanti del villaggio chiamavano quel ragazzo.

L’albero fu piantato proprio al centro del villaggio dove gli abitanti poterono usufruire dei suoi effetti curativi.

Da quel giorno la vita nel villaggio tornò felice e serena come una volta.

 

Antonella Passalacqua

 

Il fiore irraggiungibile

 

Tanto tempo fa, cresceva sulle falde dell’Etna un fiore.

Era il più brutto e puzzolente di tutta l’Etna, pieno di spine aguzze, ma aveva un potere speciale perché chi si pungeva con una delle  sue spine non moriva, ma al contrario, diventava immortale.

Purtroppo le spine che circondavano il fiore, erano così aguzze che non permettevano a nessuno di raccogliere quel fiore.

Così il fiore magico appassiva tutte le notti e rifioriva all’alba, aspettando colui o colei che avesse avuto il coraggio di raccoglierlo.

Passava il tempo e allora Venere, stanca di vedere che nessuno osava avvicinarsi a quel fiore, decise di cambiargli aspetto.

Il fiore così divenne bianco, con sfumature lilla e viola, e profumato; inoltre Venere decise di togliergli tutte le spine.

Il fiore divenne così quasi il più bello dell’Etna, ma, cambiando drasticamente il suo aspetto, perse anche il potere di donare l’immortalità.

Allora Venere decise di fare un ultimo prodigio: diede al fiore il potere di produrre una schiuma profumata capace di donare alla donna una pelle liscia e levigata proprio come quella della dea.

Il popolo, allora, decise di denominare quel fiore “saponaria” proprio per la schiuma profumata che produceva.

 

Santa Marziale

 

 

 

 

Bellezza interiore

 

Tanto tempo fa, in un villaggio ai piedi dell’Etna, viveva una bellissima fanciulla, amata da tutti i giovani del paese.

Un giorno, mentre vagava tra i boschi etnei e raccoglieva i fiori tipici del vulcano, incontrò una vecchia donna di brutto aspetto, che le chiese gentilmente di scambiare  i sui fiori con degli strani frutti marrone, ricoperti da un riccio.

La ragazza, spaventata dalla bruttezza della vecchia, rifiutò e scappo via.

La vecchia donna ripugnante era in realtà Venere, dea della bellezza, che voleva mettere alla prova la bontà della fanciulla.

Visto il suo comportamento, la trasformò in un albero che produceva lo stesso frutto che le aveva offerto.

Così la dea volle insegnare che non bisogna fermarsi alle apparenze, ma andare oltre; infatti il castagno, inizialmente, può sembrare brutto perché pieno di ricci spinosi, ma all’interno racchiude le castagne, che sono dolci e buone. 

 

Ilaria Di Leo

 

 

 

 

 

 

 

 

Amore per la natura

 

Nell’antica Sicilia, colonizzata dai Greci, viveva un bellissimo fanciullo chiamato Tanaceto.

Era così bello che tutte le ragazze del paese lo amavano e lo adulavano, ma egli era fedele solo alla dea Gea, madre della natura.

Un giorno soleggiato e ventoso, benedetto dal dio Apollo e dal dio Eolo, Tanaceto passeggiava per i boschi etnei.

Era immerso nei suoi pensieri, quando una serpe velenosa lo morse.

Si sentì congelare il sangue e il dolore era lancinante. Stava morendo.

La dea Gea provò pietà per quel bel fanciullo ansimante, ma, non potendolo salvare dalla morte fisica, trasformò la sua anima in una pianta dai bellissimi fiori gialli che cresce tuttora, nel periodo estivo, tra i boschi dell’Etna e delle Madonie.

Così quel fanciullo, che tanto amava la natura, vive immortale tra i boschi.

 

Zuleika Fiorenzo  

 

 

 

 

 

Duello tra innamorati

 

Molto tempo fa, sull’Etna, in una capanna che sorgeva nei pressi di un sentiero, in mezzo al bosco, abitava una fanciulla, di nome Crespia, follemente innamorata di un ragazzo che si chiamava Armino, il quale ricambiava il suo sentimento.

Il loro amore era però contrastato da un giovane, di nome Telegano innamorato anch’egli di Crespia.

Crespia e Armino soffrivano per questo fatto, quindi un giorno il giovane decise di sfidare Telegano in mezzo al bosco.

Durante il duello, Telegano ferì gravemente Armino, fino a stenderlo per terra e, per sfregio, gli tagliò un dito. Subito dopo l’innamorato morì.

Da quel maledetto giorno, Crespia iniziò ad odiare Telegano e la sua sofferenza era tale da farla diventare pazza.

I giorni trascorrevano lenti e lei viveva con quel pensiero che la ossessionava.

Decise infine di suicidarsi.

Un dio, che aveva assistito dall’alto a questa tragedia, ebbe pietà dei due giovani infelici e, nel luogo in cui essi erano morti, diede vita ad un enorme albero, che dall’unione dei loro due nomi si chiamò “crespino”.

Era alto circa 3 metri, con grosse radici scure e molti rami spinosi, con foglie riunite in fascetti, alla base di ognuno dei quali era presente una spina composta da tre a sette aculei pungenti, a ricordo dei giorni trascorsi insieme dai due innamorati.

Il suo frutto era simile al dito di Armino, che il rivale gli aveva tagliato: era, infatti, di colore rosso come il suo sangue.

Da allora i due innamorati, Crespia e Armino, continuano a rimanere uniti dentro l’albero del Crespino.

 

Alessandra La China

 

 

Amore eterno

 

Questa leggenda è ambientata nell’antica Sicilia, nel 20 a.C, presso il lago Pantano Gurrida a Randazzo.

Qui abitavano due giovani fanciulli: Navia e Sireo; Navia era figlia di un mercante, aveva i capelli biondi ed era di rara bellezza.

Ogni giorno passeggiava tra le sabbie vulcaniche dell’Etna per cercare i fiori rosa della Saponaria che metteva sempre tra i capelli.

Sireo, invece, era il figlio di Nereo, una divinità marina; aveva gli occhi azzurri come il cielo e i capelli biondi.

Questi due ragazzi erano molto innamorati ed ogni pomeriggio andavano presso il lago Pantano Gurrida ad osservare il tramonto.

Un giorno Navia fu così affascinata da quella sfera di fuoco che si tuffava nell’acqua che, decise di raggiungerla.

Quando il sole era già all’orizzonte, si gettò allora nell’acqua nuotando finchè,  purtroppo, sprofondò nella torbida acqua del lago.

La vita di Sireo non aveva più senso senza Navia e, dopo aver pianto disperatamente, il giovane decise di riposare per l’eternità assieme a lei.

Così approfittando dei poteri conferitigli dal padre, prosciugò le acque del lago, affinchè il corpo dell’amata riaffiorasse. E così fu.

Navia era rimasta bella come sempre, con i suoi fiori rosa tra i capelli. Sireo ne sfilò uno e lo piantò a terra, cominciò a piovere e, come per incanto,il lago si riformò, sommergendo il corpo dei due giovani.

Sulla superficie dell’acqua, però, si formò una soffice schiuma proveniente dal fiore della saponaria anch’esso travolto dall’acqua.

Da quel giorno la saponaria continua a produrre schiuma a ricordo dell’infelice storia dei due amanti.

 

Francesca Mignemi

 

La leggenda del cipollaccio

 

In un paese ai piedi dell’Etna, regnava un re crudele e malvagio che usava la violenza per farsi obbedire. I suoi sudditi, sottoposti ad angherie ed ingiustizie, cercarono di chiedere aiuto alle città limitrofe, ma nessuna, dopo aver sentito il nome del re, volle aiutarli.

Il popolo, stremato, cercò in tutte le maniere rimedi per scacciare il potente re dal paese, ma senza riuscirci.

Non avendo ormai più speranza di poterlo sconfiggere, si rivolse agli dei che, sentito il malcontento che si diffondeva sempre di più tra il popolo, decisero di aiutarlo, mandando il dio Marte sulla terra.

Ma questi, vista la malvagità del re, decise che la morte non sarebbe stata né una pena sufficiente per placare il malcontento del popolo ormai ridotto alla fame, né un rimedio utile per far pentire il re di tutto ciò che aveva commesso.

Allora il dio decise di consultare la dea Diana per infliggere al re una maggiore punizione che potesse liberare il popolo dalla schiavitù riscattandolo da tutte le malefatte subite.

 Insieme si recarono dal re e gli chiesero di scegliere se pentirsi e andare in esilio o subire una punizione grande quanto la sua crudeltà.

Il re non prese minimamente in considerazione le parole degli dei che, vista la sua reazione, decisero di agire subito.

Si narra che, da quel giorno, il re sparì dal paese; nessuno lo vide nemmeno nelle città vicine, ma da quel giorno, per le piazze e per i campi, crebbe una strana pianta dai fiori viola dall’odore forte, il cui bulbo cresceva nelle profondità della terra.

Pensarono allora che il re fosse stato sprofondato dagli dei nel centro della terra e che continuasse a manifestare la sua rabbia e il suo livore con quello strano fiore viola improvvisamente fiorito nelle campagne circostanti.

 

Simona Longhitano

 

Amore sui monti

 

Tanto tempo fa, viveva sull’Etna una piccola comunità di dei, che aveva l’incarico, ereditato dai padri, di proteggere le foreste e i boschi della zona. Tra questi alberi, Labe, la figlia del dio Allo, preferiva le betulle.

In una bellissima giornata di primavera, nel bosco di betulle più rigoglioso, Leo, figlio del dio Agos, dichiarò il suo nome a Labe, che lo ricambiò. Passarono i mesi, ed il loro legame diventò sempre più forte tanto  che, finalmente, Leo ebbe il coraggio di chiedere la mano di Labe a suo padre.

Il dio, non ritenendolo adatto a sposare sua figlia, non gliela concesse in sposa, anzi lo invitò ad allontanarsi in fretta.

Il ragazzo, deluso, cominciò a vagare per la montagna e, in preda alla disperazione, diede fuoco al bosco dove aveva conquistato l’amore di Labe. Allo, furibondo per la sfida del ragazzo, decise di far franare la montagna dove egli e la sua famiglia abitavano. Lanciò dall’alto tuoni, fece piovere, scatenò trombe d’aria.

Dopo qualche giorno di pioggia continua, la montagna cominciò a sgretolarsi, mentre alcune abitazioni furono trascinate a valle assieme ai loro occupanti. Labe, per evitare che la stessa sorte toccasse al suo amato, chiese al padre di calmare la sua ira, ma Allo rifiutò. La ragazza, disperata, minacciò di uccidersi.  

Allo, dunque, commosso dal dolore della figlia, smise subito e disse alla ragazza di rivolgersi alla dea delle piante per riportare ordine nella natura sconvolta.

La dea, con un incantesimo, fece allungare le radici delle betulle, in modo che potessero trattenere più facilmente il terreno, evitando di farlo franare.

Il tronco si irrobustì, i rami si allungarono e la corteccia, che prima era scura, diventò chiara. Dopo un po’  di tempo Labe e Leo si sposarono e la cerimonia venne celebrata nel bosco, tra le stupende betulle bianche portate a nuova vita grazie alla forza del loro amore.

 

Martina Barbaro

 

La leggenda del geranium sanguineum

 

Era una splendida giornata di primavera e Ginevra, una graziosa ragazza di diciassette anni,decise di andare a comprare dei fiori da regalare a sua madre.

Entrata nella bottega di un fioraio, incominciò a scegliere i fiori più belli, quando ad un tratto ne notò uno particolarmente misterioso che l’attirava terribilmente.

Esso aveva uno stelo talmente lungo da sembrare il becco di una gru, e i colori dei suoi petali erano a dir poco straordinari: candidi come la neve verso il centro per poi esplodere in molteplici venature rosso sangue o rosa nella parte esterna.

Mentre la ragazza stava per sfiorare quell’ incredibile opera della natura, il fioraio le si avvicinò con aria furtiva e, facendola sobbalzare, iniziò a sussurrare parole incomprensibili; poi, come caduto in trance, cominciò a raccontare una leggenda vecchia quanto il mondo……

<<Molto tempo fa, prima ancora della creazione degli uomini, quando la natura viveva incontrastata, gli unici abitanti della terra, oltre gli animali e le piante, erano dei semidei chiamati Eadi.

Per evitare contrasti, essi si suddivisero la terra in tre parti: cielo, mare e terre emerse.

Malgrado l’enorme somiglianza, gli Eadi subirono dei cambiamenti per potersi adattare ai diversi territori: quelli del cielo svilupparono le ali per volare; quelli dell’acqua le branchie e le pinne e quelli delle terre emerse dei muscoli possenti.

Un giorno, una giovane Eade dell’acqua, che viveva in un lago situato su un pendio del leggendario vulcano Etna, incontrò un Eade del cielo e, in quello stesso istante s’innamorò di lui.

Da quel momento nessuno dei due riuscì più a vivere senza l’altro, legati ormai da un vincolo inscindibile: l’amore.

Ma, anche se i loro cuori ormai ne formavano uno solo, la magia impediva loro di stare insieme, poiché la legge stabilita dagli anziani proibiva che un Eade dell’acqua, del cielo o della terra potesse uscire dal suo mondo per andare a vivere in quello degli altri.

Allora i due giovani, per poter restare insieme per l’eternità,decisero di fondere le loro anime  dando loro la forma di un fiore che contenesse le caratteristiche dei tre mondi: aveva, infatti, lo stelo lungo come il becco di una gru, che vola nel cielo; i petali larghi come la pinna di un Eade dell’acqua e una corolla dalle sfumature bianche, rosso sangue e rosa, come la pelle e il sangue di ogni Eade.

Questo fiore, che si chiama “geranium sanguineum”, cresce sulle alture, ma maggiormente sul pendio dell’ Etna, luogo nel quale i due semidei si erano incontrati per la prima volta, innamorandosi>>.

Dopo aver finito di raccontare la storia, il vecchio uscì dal trance, e, ignorando la ragazza, ritornò dietro il bancone.

Ginevra, sconcertata e affascinata allo stesso tempo, comprò il fiore, ma non per portarlo alla madre, ma per piantarlo in uno splendido giardino, a ricordo dell’amore dei due Eadi.