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Unione
Europea Fondo
Sociale Europeo |
Ministero della Pubblica Istruzione Dipartimento per l’Istruzione Direzione Generale per gli Affari
Internazionali Uff. V |
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PROGRAMMA
OPERATIVO NAZIONALE 2007-2013 /OBIETTIVO “CONVERGENZA” “COMPETENZE
PER LO SVILUPPO” – ANNUALITÁ 2007 |
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Liceo Scientifico “E. Majorana” San Giovanni
Anno Scolastico 2007/2008
Metnamorfosi
Laboratorio di scrittura creativa
realizzato con gli allievi della classe II
A LB
Docente esperto: Rosamaria Consiglio
Docente tutor: Antonia Lo Brutto
La fanciulla dai
capelli neri
e dagli occhi viola
Tantissimi
secoli fa,nella zona orientale della Sicilia,viveva il popolo dei Siculi,fin
quando nel VI sec a.C.
Si
racconta che in un paesino ai piedi dell’Etna,vivesse una bellissima ragazza
dai morbidi capelli neri e dagli occhi di colore viola, una particolarità che
colpiva chiunque la guardasse.
La
sua famiglia,credendo che fosse una creatura divina, per compiacere il dio del
fuoco, Vulcano, l’aveva destinata ad essere sacerdotessa nel suo tempio.
Un giorno,mentre la giovane curava il giardino
intorno al tempio,fu notata da un nobile greco che, invaghitosi della sua bellezza,
ma rifiutato dalla fanciulla, iniziò a perseguitarla e a minacciare di morte la
sua famiglia.
Per
sfuggire a un tentativo di rapimento, la ragazza scappò attraverso i sentieri
boscosi del Mongibello, inseguita dal suo persecutore
finchè, stremata dal freddo e dalla fame, si rannicchiò su se stessa.
Mentre il giovane greco stava per raggiungerla, il vulcano eruttò
una striscia di lava che lo uccise; contemporaneamente il dio del fuoco
trasformò la giovane sacerdotessa in un cespuglio di spine, circondato da
variopinte viole, perché nessuno potesse raccoglierle, pur ammirandone la
bellezza.
Così chi raggiunge i
Giulia Palmieri

Un sogno avverato
In
un’epoca molto lontana dalla nostra, al tempo dei Greci, nella Sicilia
orientale viveva un ragazzino di nome Elce.
Abitava
in un paesino, alle pendici dell’Etna, con la sua famiglia, che lo prendeva
spesso in giro per la sua piccola statura.
Elce
trascorreva gran parte del suo tempo nei boschi, in compagnia del suo unico
amico, uno scoiattolo di nome Flos.
Giocava
spesso tra gli alberi e, ogni giorno, si recava in un piccolo spiazzo dove
pregava Giove affinché lo facesse diventare alto come gli alberi che crescevano
lì intorno.
Un
giorno, Elce, inciampò in una radice e, sbattendo la testa su un masso, rimase
privo di sensi. In sogno gli apparve Giove, che volle esaudire le preghiere del
fanciullo.
Fu
così che il dio lo trasformò in un albero dalle notevoli dimensioni, ricco di
bellissimi fiori di colore rosa e oro e di dolcissimi frutti che lo scoiattolo
Flos dimostrò di apprezzare notevolmente.
Tutti
gli abitanti del paese notarono questo enorme albero e lo adorarono come una
divinità, dandogli il nome di “Leccio”.
Fu
così che Elce non fu più preso in giro per la sua statura, ma adorato come un dio.
Valeria Midolo

L’infelice
storia di Salicia
Sulle falde dell’Etna, viveva un popolo
governato dalla regina Salicia, una donna molto attraente,tanto che non pochi
uomini erano rimasti ammaliati dalla sua bellezza.
Un
giorno, la regina Salicia uscì per fare una passeggiata per i boschi etnei che
si estendevano nei pressi del suo imponente castello.
Ad
un tratto, vide un giovane disteso sull'erba, sotto un grande albero che aveva
un particolare fascino dovuto alla folta chioma.
I
suoi rami erano ritti e le foglie avevano un tenero colore verde. Alla vista
del giovane,la regina rimase folgorata dalla sua bellezza, ma egli, vedendola
avvicinare, fuggì.
Da
quel momento, la regina ebbe un unico desiderio, sapere chi fosse quel giovane
e riuscire a parlargli.
Il
giorno seguente Salicia tornò in quel luogo e rivide il ragazzo,ancora disteso
all’ombra del grande albero,ma questa volta egli non scappò,anzi iniziò a
parlare.
La
bella regina,dopo avere discusso a lungo con lui, lo baciò e subito dopo gli chiese di sposarla. Il giovane,sorridendo,
acconsentì; i due si sarebbero sposati sette giorni dopo, proprio sotto quell’albero.
I
giorni passavano e Salicia era impaziente; così arrivò il settimo giorno.
Salicia
andò all’appuntamento, seguita dai suoi sudditi curiosi di conoscere il futuro
re.
Arrivati
sotto l'albero, la regina non credette
ai suoi occhi: il suo amato giaceva a terra morto, col cuore trafitto da un
pugnale.
Salicia
scoppiò a piangere e, dopo tante lacrime e urla strazianti, il giovane fu
sepolto sotto quell'albero.
Da
quel funesto settimo giorno, ogni sera la regina si recava a versare lacrime di
dolore sulla tomba del suo amato.
Dopo
un mese, ella morì di una malattia della quale nessun medico riuscì a
comprendere la causa. Ma, prima di morire, la regina sorrise, felice di
raggiungere il suo amato.
I
suoi sudditi la seppellirono sotto quell'albero dove giaceva il suo innamorato.
Dopo
la morte dei due giovani, anche all'albero successe una cosa strana che nessuno
riusciva a spiegarsi. I suoi rami, che una volta erano ritti, si allungarono
pendendo verso il basso,come se avessero anch'essi perso la voglia di vivere, custodendo
così per sempre le tombe dei due giovani innamorati.
Maurizio Costa
Il destino di
due sorelle:
Elles ed Euforbia
Al tempo dei Greci, in Sicilia, viveva un’ artigiana, che realizzava cestini con le
fronde dei salici. Zeus si innamorò
della sua bellezza e volle unirsi con lei.
Quando gli dei vennero a sapere che la donna aspettava due figlie
gemelle, Afrodite ed Atena cominciarono
a contendersi il loro destino. Per porre fine al loro litigio, intervenne Era
che pensò di maledire una sorella rendendola cattiva e di prediligere l’ altra,
facendola diventare bella, buona e altruista.
Le due ragazze crebbero velocemente e i loro caratteri
cominciarono a diversificarsi. Infatti una sorella, Elles, era gentile e
disponibile con tutti; l’ altra, invece, Euforbia, era altrettanto bella,
ma invidiosa e collerica.
Infatti, ogni volta che Elles veniva elogiata, Euforbia la
maltrattava e la riempiva di insulti e, per quanto Zeus intervenisse a dirimere
i loro litigi, non poteva far niente contro la maledizione di Era.
Un pomeriggio, mentre le
ragazze passeggiavano per un bosco etneo, sentirono dei gemiti provenire da un
sentiero. Lì vi trovarono un giovane, che si lamentava per una ferita sul
fianco provocata da una freccia.
Le ragazze lo portarono a casa, lo curarono e, dopo, si innamorarono entrambe di lui. Questa fu la
causa di liti ancora più furibonde che
accrebbero ulteriormente il loro odio.
Il ragazzo era un messaggero inviato dagli dei per mettere alla
prova le due sorelle. Un giorno, durante una delle solite liti, Euforbia ferì
sua sorella con una lancia e, per paura che la potessero scoprire, scappò di
casa.
La notizia del suo gesto orribile arrivò anche all’ orecchio degli
dei che la punirono facendola precipitare in un dirupo. Ma Flora, la dea delle
piante e dei fiori, ne ebbe compassione e la trasformò in una pianta, l’euforbia
arborea, che, però, rispecchiava la sua
indole.
Si tratta, infatti, di una pianta arbustiva, di circa
Ilenia Bonaccorso
La forza dell’amore
Un giorno, sulle quote più alte dell’Etna, il giovane e valoroso
fanciullo Akros, noto per la sua forza e il suo coraggio, stava combattendo per
la sua donna amata,Trigona, contro Marte, geloso dell’amore fra i due.
Akros, essendo mortale, non riuscì a sconfiggere il dio che, alla
fine dello scontro, lo uccise con un’asta molto potente usata dagli dei più
forti e sanguinari, il rumex.
Marte, come premio per la
vittoria conseguita nel duello, chiese la mano di Trigona, ma la ragazza,
afflitta dal dolore per la morte dell’amato, decise di uccidersi con la stessa
arma con cui era stato trafitto il cuore del suo innamorato e lo seguì nell’oltretomba.
Marte, furioso, trasformò i loro corpi in radici e l’asta, con cui
essi erano stati uccisi, in un fiore. Inoltre il dio, a questi piccoli fiori,
non diede né nettare né profumo. Ancora oggi questa pianta cresce nel luogo
dove i due amati morirono, e fiorisce nel periodo estivo, da maggio ad agosto.
Si chiama “romice”, dal nome dell’asta con cui ragazzi furono
uccisi.
Debora Calanna

IL lupino Filippo
Anni e anni fa, in un paesino alle pendici dell’Etna, viveva un
uomo di nome Filippo. Era molto amato dalla gente del paese poiché destinava
molto denaro ai poveri e aiutava tutti coloro che si trovavano in difficoltà.
A causa della sua timidezza, non riusciva però a dimostrare il suo
amore a Rosanna, una fanciulla sua compaesana, di cui era follemente innamorato
da tempo.
Filippo, un giorno, però si armò di coraggio e dichiarò il suo
amore a Rosanna; scoprì che il sentimento era ricambiato, e, dopo poco tempo, i
due poterono coronare il loro amore con il matrimonio.
Rosanna, però,dopo pochi
mesi dalle nozze venne colpita da una grave malattia e morì. Filippo così cadde
in una profonda e lunga depressione ma, in seguito, rendendosi conto che la
vita per lui non aveva più senso, si uccise.
Gli dei si commossero alla vista della morte di un uomo tanto
buono e tanto giusto.
Così lo fecero diventare la pianta del lupino, i cui frutti hanno
un sapore amaro, come fu amara la vita di quell’uomo, ma un grande potere
nutritivo, a ricordo della benevolenza di Filippo.
Giulia Cammarata

La leggenda del frassino guaritore
Si
narra che una giovane fanciulla, di nome Dora, fosse solita passeggiare tra i
sentieri di un boschetto etneo per raccogliere delle fragole e delle bacche da
portare alla madre.
Una
bella mattina, Dora, dopo essersi inoltrata nel bosco ed aver raccolto un bel
cesto di fragole, decise di intraprendere la via del ritorno quando notò un
bellissimo albero dalle ampie fronde, chiamato da tutti “frassino”.
Fu
allora che Dora decise di fare una piccola sosta sotto le fronde del frassino,
prima di fare rientro a casa.
Mentre
si sedeva, però, non si accorse che accanto a lei vi era un serpente molto
velenoso, che non esitò a morderle la caviglia per poi dileguarsi tra il
fogliame secco. Dora, disperata, pregò i sommi dei di aiutarla.
La
leggenda racconta, allora, che il frassino non esitò a correre in aiuto della
fanciulla. L’abbracciò con i suoi rami e le sue foglie lenirono e curarono le
ferite della ragazza. Ella fu riconoscente per l’immenso aiuto ricevuto e
raccontò la sua avventura ai compaesani i quali, da quel momento, utilizzarono
le foglie del frassino per curare i morsi delle serpi.
Tayla Catania

Fagus, il gigante
Si narra che, in un paesino alle pendici dell’Etna, viveva un
gigante di nome Fagus, il più alto gigante della terra.
Aveva una chioma immensa, e mangiava, mangiava in modo smodato tutti i frutti
prodotti dai contadini del villaggio.
Un giorno, essi, stufi di non avere più viveri, andarono a
lamentarsi con gli dei, con i quali arrivarono ad una soluzione.
Zeus diede loro il seme di un frutto, dal profumo irresistibile,
racchiuso in un guscio spinoso, le cui spine, se toccate, avevano il potere di
trasformare qualsiasi essere vivente in albero.
Così gli abitanti, badando a non toccare il frutto con le mani,
facendolo rotolare grazie all’aiuto di un bastone, andarono a posizionarlo
davanti alla porta dell’abitazione del gigante.
Fagus, dall’olfatto fine,
sentì subito il profumo del frutto e, correndo alla porta, lo raccolse da terra
tentando di aprirlo.
Non appena toccò il frutto, però, le spine fecero trasformare le
gambe del gigante in radici, le braccia e il collo in rami, e i capelli in
foglie dalla forma arrotondata e larga. Così il gigante Fagus diventò un albero
maestoso che produceva frutti come quello da lui toccato. Purtroppo, però,
anch’essi avevano il potere di trasformare chiunque li toccasse in alberi.
Gli dei
rimasero entusiasti alla vista di un albero così bello e, per paura che
qualcuno, raccogliendo i sui frutti, potesse avere la stessa sorte del gigante,
li privarono del loro potere magico e li resero commestibili.
Da quel giorno il villaggio non
venne più tormentato dal gigante e la popolazione denominò quell’albero
gigantesco “Fagus”.
Nicoletta
Chiaia

La leggenda del
pungitopo
Un
tempo, vicino ai boschi dell’Etna, vi era una piccola capanna dove abitava un
uomo molto anziano, Giuseppe, che aveva circa cento anni.
Egli
aveva scelto di vivere lassù da solo, lontano dalla sua famiglia.
Amava
l’Etna e i suoi meravigliosi paesaggi, che ormai conosceva benissimo, e
adorava fare lunghe passeggiate su quei
pendii; ma c’era una zona che amava di più rispetto alle altre, dove
trascorreva gran parte del suo tempo e sembrava cercare, o meglio proteggere
qualcosa.
Proprio
per questa sua aria così misteriosa, la gente aveva molta paura di lui e molti
lo deridevano chiamandolo “guardiano dell’Etna”.
Tra
gli affetti più cari che aveva, c’era quello per il suo nipotino di dodici
anni, Tommaso, che non vedeva da molti anni.
Un giorno Tommaso
decise di andare, insieme alla mamma, a trovare il suo caro nonno.
Quando
arrivò alla sua capanna, lo abbracciò e gli raccontò della scuola e dei suoi
amici; poi gli chiese di fargli vedere tutte le meraviglie dell’Etna. Così
andarono a fare una passeggiata mentre la mamma
preparava il pranzo.
Lungo
la strada, ogni volta che Tommaso vedeva
una pianta nuova, chiedeva informazioni
al nonno. Ad un certo punto, però, il bambino si allontanò troppo
dall’anziano, tanto da avvicinarsi quasi
al cratere dell’Etna, dove non arrivava mai nessuno. Quando il nonno lo
raggiunse, si accorse che Tommaso fissava attentamente una pianta che egli
conosceva benissimo e che aveva sempre cercato di nascondere.
Il
ragazzino gli chiese se avesse mai visto quella pianta e il nonno, preso alla
sprovvista, rispose di sì senza
rifletterci.
Il
bimbo gli chiese dunque di raccontargli la storia di quella bellissima pianta e
Giuseppe, non volendo deludere il nipotino, gliela raccontò.
Incominciò dicendogli che la pianta si
chiamava pungitopo e che una volta esisteva un piccolo villaggio ai piedi
dell’Etna in cui la gente era molto cordiale e tutti si volevano molto bene. C’era soprattutto un uomo che, pur non
essendo ricco, si distingueva per la sua generosità, per la sua allegria e
gentilezza.
Purtroppo
un giorno l’animo cattivo di un dio, decise di impossessarsi del suo corpo e
così egli divenne tutto l’opposto di quello che era prima.
Infatti
incominciò a seminare il panico per tutto il villaggio, a derubare i più
poveri, ad incendiare i campi; dopo un po’, derubare la gente e incendiare i
raccolti non lo divertirono più e così cercò di trovare un altro passatempo:
incominciò a uccidere chiunque lo infastidisse.
Mentre
egli continuava la sua carneficina e nessuno lo contrastava per paura, un
gruppo di amici decise di prendere in mano la situazione e di trovare un modo
per fermarlo.
Il loro piano non era quello di ucciderlo, ma
di liberarlo da quella possessione malvagia che si era impadronita di lui.
Si
trattava di escogitare un modo per scacciare lo spirito dal suo corpo e di
trovare un oggetto che potesse sigillarlo, in modo da non permettergli più di
uscire.
Sapevano che da soli non avrebbero potuto
farcela e così chiesero aiuto agli dei, molti dei quali però, non vollero
aiutarli perché non accettavano che un dio, seppur malvagio, venisse
imprigionato in un oggetto umano.
Un
solo dio si distinse dagli altri e si prestò ad aiutarli dando loro una formula
per imprigionare quello spirito per sempre.
Aggiunse,
però, che prima di pronunciare tale formula avrebbero dovuto uccidere
quell’uomo, senza tuttavia preoccuparsi perché la sua morte era solo
temporanea. Subito dopo dovevano recitare la formula che avrebbe fatto uscire
dal suo corpo l’anima malvagia che poi sarebbe stata imprigionata.
Dette queste parole, il dio si allontanò ma
uno dei ragazzi lo fermò e gli chiese quale oggetto avrebbero dovuto usare per
intrappolare l’anima. Il dio rispose che dovevano solo preoccuparsi di
ucciderlo e di pronunciare la formula perchè sarebbe stata questa stessa a
trovare l’oggetto più opportuno dove rinchiudere lo spirito malvagio, e detto
questo se ne andò.
Rassicurati
da queste parole, i ragazzi partirono e,
pur avendo molta paura, affrontarono lo spirito malvagio. La lotta fu durissima
finchè un ragazzo con un bastone appuntito trafisse il mostro che si schiantò a
terra senza vita.
I
ragazzi si riunirono formando un cerchio e incominciarono a recitare ad alta
voce la formula magica riuscendo a far uscire lo spirito malvagio dal corpo
inerte di quell’uomo.
Dopo
aver pronunciato tutta la formula, il sangue del malvagio, si coagulò formando
tante sfere rosse ognuna delle quali conteneva una parte del suo animo
sinistro.
Sembravano
delle bacche rosse da cui spuntarono delle spine per impedire che qualcuno le toccasse.
Così nacque la pianta del pungitopo.
Alla
fine l’uomo si riprese e ritornò ad essere quello di un tempo e, grazie al
coraggio di quei ragazzi, il villaggio ritrovò la sua serenità.
Una
volta terminato il racconto, il nonno disse al bambino che era per questo
motivo che il pungitopo si trova così vicino all’Etna, per fare in modo che
nessuno possa avvicinarsi e gli spiegò che le spine servono a tener lontane le
persone dalle bacche rosse, che contengono l’animo malvagio del dio: se
qualcuno, infatti, le toccasse, lo spirito malvagio si impossesserebbe di lui.
Annalisa Pulvirenti
Suicidio per amore
Molto tempo fa, in un paesino ai piedi dell’Etna,viveva una
fanciulla di nome Clomilda.
Gli abitanti del luogo la conoscevano per la sua generosità, per
la sua bontà d’animo e per la sua purezza.
Ma soprattutto Clomilda era nota per le sue doti canore,con le
quali incantava chiunque la ascoltasse.
Infatti era dotata di un’incantevole voce con la quale
allietava le giornate di chi le stava accanto con dolci ninne nanne che avevano
la capacità di infondere quiete nell’animo delle persone .
Inoltre, pur essendo molto semplice e umile, Clomilda era dotata
di una bellezza quasi divina:lunghi capelli color oro le ricadevano lungo le
spalle dalla carnagione chiara,dotandola di uno splendore raro.
Ogni giorno Clomilda si recava sull’Etna per raccogliere dei fiori
selvatici e rimaneva particolarmente affascinata da un fiore di colore rosa
confetto,chiamato “camomilla”,che fioriva su grandi prati rigogliosi.
Esso,inoltre,era dotato di un capolino di colore rosso che lo
rendeva particolarmente attraente.
La giovane ragazza era solita addormentarsi su queste distese,per
rilassarsi.
Sull’Etna viveva un dio, Morfeo, cioè il Dio del sonno che, di
tanto in tanto, vedendo la bella ragazza addormentata sui prati,ne rimaneva
fortemente attratto.
Così,un bel giorno, Morfeo decise di entrare in uno dei sogni di
Clomilda.
Nel sonno i due si incontrarano e la fanciulla se ne innamorò
perdutamente.
Da quel giorno Clomilda e Morfeo si vedevano ai piedi dell’Etna
per stare insieme.
Ma la storia non andò a buon fine. Infatti,Zeus,era contrario all’amore tra i due poiché egli
stesso si era invaghito della bella ragazza. Allora Zeus minacciò Morfeo di
privarlo dei poteri divini,se non avesse smesso di incontrarsi con la sua
amata.
Tra i due scoppiò una lotta furibonda che durò per molti giorni. Clomilda,venuta
a conoscenza di ciò, dopo l’ultimo incontro con Morfeo,decise di uccidersi con
un pugnale, datole dalla dea dell’oltretomba, Proserpina. In questo modo
Clomilda sacrificò il suo amore per Morfeo.
Non appena si uccise, Clomilda cadde per terra e il suo sangue
iniziò a scorrere fino ad arrivare ai piedi dell’Etna.
Proprio qui,al posto del suo sangue,iniziarono a fiorire quei
fiori che Clomilda aveva tanto amato.
Essi, però,avevano subito una profonda trasformazione: il capolino
era diventato di colore oro,come i capelli di Clomilda,e i petali rivolti
all’ingiù erano diventati bianchi, proprio per simboleggiare la purezza e la
bontà d’animo della ragazza.
Inoltre,la camomilla non cresce più in zone rigogliose bensì in
terreni poveri e quindi “umili”come la nostra protagonista.
Jessica
Pulvirenti
La punizione degli dei
Nell'epoca in cui Atene era sotto la giurisdizione di Pericle,
viveva in Sicilia, precisamente sotto le pendici dell'Etna, una ricca famiglia.
Numerosi
erano i suoi componenti, ma tra tutti spiccava la bella ed altezzosa Viola. Era
famosa in tutta
La giovane venne promessa in sposa all'età di sedici anni ad un
nobile delle antiche colonie del nord della Sicilia.
I preparativi furono lunghi, ma, nel mese consacrato alla dea
Cerere, il corteo che avrebbe dovuto condurre la giovane dal suo promesso
sposo, si mosse.
Arrivati ad una zona coperta da strati di pietra lavica, i
servi, preoccupati di un eventuale incidente dovuta al terreno accidentato,
chiesero alla padrona di scendere dalla lettiga e di proseguire a piedi.
Questa, rispondendo con aria altezzosa, disse che avrebbe
preferito cadere in un dirupo e trascinare
con sé tutto il corteo, piuttosto che mettere i piedi su un terreno così
desolato e insidioso.
Il corteo proseguì, ma ad un tratto un terremoto, provocato da
un movimento brusco del dio Vulcano all'interno della sua officina, fece
precipitare tutto il corteo in una voragine.
Tutte le anime furono portate nell'Averno, ma gli dei volevano
far pagare a Viola il prezzo delle vite innocenti che aveva spezzato per colpa
dei suoi capricci.
Per questo decisero di trasformare la giovane in un fiore
dall'intenso colore viola, che cresce, nella zona desolata ed insidiosa che lei
aveva tanto disprezzato, in modo da insegnare a tutti che la montagna va
rispettata e non sfidata.
Federica Scuderi
La
rosa selvatica
In un
villaggio alle pendici dell'Etna, quando la neve era ormai sciolta, due
contadini concepirono una bellissima bambina di nome Aurora.
Fin da piccola, Aurora amava raccogliere dei fiori per
portarli alla sua mamma.
Gli anni passarono e la bambina diventò una bellissima
fanciulla.
La dea Venere,
invidiosa di tanta bellezza, conoscendo la passione di Aurora per i fiori, ne
fece nascere uno sull'Etna, bellissimo ma velenosissimo.
Un giorno di sole, Aurora si incamminò verso i boschi etnei.
Ad un tratto, il suo sguardo fu colpito da un fiore stranissimo
che non aveva mai visto prima: aveva lo stelo verde pieno di spine e i
petali di colore rosso sangue che emanavano un odore buonissimo.
Aurora subito lo odorò, ma, in quello stesso istante morì,
perchè il fiore conteneva un veleno letale.
La dea Gea, furibonda nei confronti di Venere, colpevole di avere
ucciso per un motivo così futile una fanciulla così bella, trasformò il suo
corpo esanime nel fiore che l'aveva
uccisa e distrusse per sempre la rosa velenosa creata da Venere.
Claudia Saia
Gli effetti
curativi della felce
Tutto
ebbe inizio in un piccolo villaggio, nei pressi del vulcano Etna, in cui gli
abitanti vivevano una vita sana e felice.
La loro principale fonte di sostentamento era
l’agricoltura; possedevano, infatti. dei campi stupendi che ogni anno davano
frutti abbondanti per tutti gli abitanti.
Un giorno, purtroppo, vennero assaliti dagli
abitanti del villaggio vicino, invidiosi della fertilità dei loro campi e del
loro benessere.
Tutti
morirono o furono feriti; si salvò solo un ragazzo, soprannominato “Felce”, che
fu l’unico che riuscì a scappare nel bosco, ma non potè andare molto lontano a causa di una profonda
ferita al ginocchio.
Infatti,
ad un certo punto, si sedette sotto un albero e iniziò a pregare gli dei i
quali, impietositi dai suoi lamenti, strinsero un accordo con lui: gli
concessero un potere curativo, che però poteva usare solo per sé, non per
guarire i suoi amici che erano stati feriti nello scontro.
Il
ragazzo, in preda al dolore, accettò e, dopo pochi minuti, la sua ferita si
rimarginò completamente.
Allora
egli tornò nel suo villaggio e trovò la propria famiglia e alcuni amici feriti,
che lottavano per la vita, ma purtroppo egli non poteva fare niente per
aiutarli.
Allora
si recò presso il tempio di Giove per cercare un’altra soluzione, ma Giove non si
lasciava convincere facilmente.
Il
ragazzo, in preda alla disperazione, dichiarò al padre degli dei di essere
anche disposto a rinunciare alla propria vita per aiutare la sua famiglia e i
suoi amici.
Proprio
in quel momento la dea Flora, che aveva ascoltato le suppliche del ragazzo,
decise di trasformarlo in una pianta dagli effetti curativi, che prese il nome
di “Felce”, dal soprannome con cui gli abitanti del villaggio chiamavano quel
ragazzo.
L’albero
fu piantato proprio al centro del villaggio dove gli abitanti poterono
usufruire dei suoi effetti curativi.
Da
quel giorno la vita nel villaggio tornò felice e serena come una volta.
Antonella Passalacqua

Il fiore
irraggiungibile
Tanto tempo fa,
cresceva sulle falde dell’Etna un fiore.
Era il più
brutto e puzzolente di tutta l’Etna, pieno di spine aguzze, ma aveva un potere
speciale perché chi si pungeva con una delle
sue spine non moriva, ma al contrario, diventava immortale.
Purtroppo le spine
che circondavano il fiore, erano così aguzze che non permettevano a nessuno di
raccogliere quel fiore.
Così il fiore
magico appassiva tutte le notti e rifioriva all’alba, aspettando colui o colei
che avesse avuto il coraggio di raccoglierlo.
Passava il tempo
e allora Venere, stanca di vedere che nessuno osava avvicinarsi a quel fiore,
decise di cambiargli aspetto.
Il fiore così
divenne bianco, con sfumature lilla e viola, e profumato; inoltre Venere decise
di togliergli tutte le spine.
Il fiore divenne
così quasi il più bello dell’Etna, ma, cambiando drasticamente il suo aspetto,
perse anche il potere di donare l’immortalità.
Allora Venere
decise di fare un ultimo prodigio: diede al fiore il potere di produrre una
schiuma profumata capace di donare alla donna una pelle liscia e levigata
proprio come quella della dea.
Il popolo,
allora, decise di denominare quel fiore “saponaria” proprio per la schiuma
profumata che produceva.
Santa Marziale

Bellezza
interiore
Tanto
tempo fa, in un villaggio ai piedi dell’Etna, viveva una bellissima fanciulla,
amata da tutti i giovani del paese.
Un
giorno, mentre vagava tra i boschi etnei e raccoglieva i fiori tipici del
vulcano, incontrò una vecchia donna di brutto aspetto, che le chiese
gentilmente di scambiare i sui fiori con
degli strani frutti marrone, ricoperti da un riccio.
La
ragazza, spaventata dalla bruttezza della vecchia, rifiutò e scappo via.
La
vecchia donna ripugnante era in realtà Venere, dea della bellezza, che voleva
mettere alla prova la bontà della fanciulla.
Visto
il suo comportamento, la trasformò in un albero che produceva lo stesso frutto
che le aveva offerto.
Così
la dea volle insegnare che non bisogna fermarsi alle apparenze, ma andare
oltre; infatti il castagno, inizialmente, può sembrare brutto perché pieno di
ricci spinosi, ma all’interno racchiude le castagne, che sono dolci e
buone.
Ilaria Di Leo

Amore per la
natura
Nell’antica
Sicilia, colonizzata dai Greci, viveva un bellissimo fanciullo chiamato
Tanaceto.
Era
così bello che tutte le ragazze del paese lo amavano e lo adulavano, ma egli
era fedele solo alla dea Gea, madre della natura.
Un
giorno soleggiato e ventoso, benedetto dal dio Apollo e dal dio Eolo, Tanaceto
passeggiava per i boschi etnei.
Era
immerso nei suoi pensieri, quando una serpe velenosa lo morse.
Si
sentì congelare il sangue e il dolore era lancinante. Stava morendo.
La
dea Gea provò pietà per quel bel fanciullo ansimante, ma, non potendolo salvare
dalla morte fisica, trasformò la sua anima in una pianta dai bellissimi fiori
gialli che cresce tuttora, nel periodo estivo, tra i boschi dell’Etna e delle
Madonie.
Così
quel fanciullo, che tanto amava la natura, vive immortale tra i boschi.
Zuleika Fiorenzo

Duello tra
innamorati
Molto tempo fa, sull’Etna, in una capanna che sorgeva nei
pressi di un sentiero, in mezzo al bosco, abitava una fanciulla, di nome
Crespia, follemente innamorata di un ragazzo che si chiamava Armino, il quale
ricambiava il suo sentimento.
Il loro amore era però contrastato da un giovane, di nome
Telegano innamorato anch’egli di Crespia.
Crespia e Armino soffrivano per questo fatto, quindi un
giorno il giovane decise di sfidare Telegano in mezzo al bosco.
Durante il duello, Telegano ferì gravemente Armino, fino a
stenderlo per terra e, per sfregio, gli tagliò un dito. Subito dopo
l’innamorato morì.
Da quel maledetto giorno, Crespia iniziò ad odiare Telegano e
la sua sofferenza era tale da farla diventare pazza.
I giorni trascorrevano lenti e lei viveva con quel pensiero
che la ossessionava.
Decise infine di suicidarsi.
Un dio, che aveva assistito dall’alto a questa tragedia, ebbe
pietà dei due giovani infelici e, nel luogo in cui essi erano morti, diede vita
ad un enorme albero, che dall’unione dei loro due nomi si chiamò “crespino”.
Era alto circa
Il suo frutto era simile al dito di Armino, che il rivale gli
aveva tagliato: era, infatti, di colore rosso come il suo sangue.
Da allora i due innamorati, Crespia e Armino, continuano a
rimanere uniti dentro l’albero del Crespino.
Alessandra

Amore eterno
Questa
leggenda è ambientata nell’antica Sicilia, nel
Qui
abitavano due giovani fanciulli: Navia e Sireo; Navia era figlia di un
mercante, aveva i capelli biondi ed era di rara bellezza.
Ogni
giorno passeggiava tra le sabbie vulcaniche dell’Etna per cercare i fiori rosa
della Saponaria che metteva sempre tra i capelli.
Sireo,
invece, era il figlio di Nereo, una divinità marina; aveva gli occhi azzurri
come il cielo e i capelli biondi.
Questi
due ragazzi erano molto innamorati ed ogni pomeriggio andavano presso il lago
Pantano Gurrida ad osservare il tramonto.
Un
giorno Navia fu così affascinata da quella sfera di fuoco che si tuffava
nell’acqua che, decise di raggiungerla.
Quando
il sole era già all’orizzonte, si gettò allora nell’acqua nuotando finchè, purtroppo, sprofondò nella torbida acqua del
lago.
La
vita di Sireo non aveva più senso senza Navia e, dopo aver pianto
disperatamente, il giovane decise di riposare per l’eternità assieme a lei.
Così
approfittando dei poteri conferitigli dal padre, prosciugò le acque del lago,
affinchè il corpo dell’amata riaffiorasse. E così fu.
Navia
era rimasta bella come sempre, con i suoi fiori rosa tra i capelli. Sireo ne
sfilò uno e lo piantò a terra, cominciò a piovere e, come per incanto,il lago
si riformò, sommergendo il corpo dei due giovani.
Sulla
superficie dell’acqua, però, si formò una soffice schiuma proveniente dal fiore
della saponaria anch’esso travolto dall’acqua.
Da
quel giorno la saponaria continua a produrre schiuma a ricordo dell’infelice
storia dei due amanti.
Francesca Mignemi

La leggenda del
cipollaccio
In
un paese ai piedi dell’Etna, regnava un re crudele e malvagio che usava la
violenza per farsi obbedire. I suoi sudditi, sottoposti ad angherie ed
ingiustizie, cercarono di chiedere aiuto alle città limitrofe, ma nessuna, dopo
aver sentito il nome del re, volle aiutarli.
Il
popolo, stremato, cercò in tutte le maniere rimedi per scacciare il potente re
dal paese, ma senza riuscirci.
Non
avendo ormai più speranza di poterlo sconfiggere, si rivolse agli dei che,
sentito il malcontento che si diffondeva sempre di più tra il popolo, decisero
di aiutarlo, mandando il dio Marte sulla terra.
Ma
questi, vista la malvagità del re, decise che la morte non sarebbe stata né una
pena sufficiente per placare il malcontento del popolo ormai ridotto alla fame,
né un rimedio utile per far pentire il re di tutto ciò che aveva commesso.
Allora
il dio decise di consultare la dea Diana per infliggere al re una maggiore
punizione che potesse liberare il popolo dalla schiavitù riscattandolo da tutte
le malefatte subite.
Insieme si recarono dal re e gli chiesero di
scegliere se pentirsi e andare in esilio o subire una punizione grande quanto la
sua crudeltà.
Il
re non prese minimamente in considerazione le parole degli dei che, vista la
sua reazione, decisero di agire subito.
Si
narra che, da quel giorno, il re sparì dal paese; nessuno lo vide nemmeno nelle
città vicine, ma da quel giorno, per le piazze e per i campi, crebbe una strana
pianta dai fiori viola dall’odore forte, il cui bulbo cresceva nelle profondità
della terra.
Pensarono
allora che il re fosse stato sprofondato dagli dei nel centro della terra e che
continuasse a manifestare la sua rabbia e il suo livore con quello strano fiore
viola improvvisamente fiorito nelle campagne circostanti.
Simona Longhitano

Amore sui monti
Tanto tempo fa, viveva sull’Etna una piccola comunità di dei,
che aveva l’incarico, ereditato dai padri, di proteggere le foreste e i boschi
della zona. Tra questi alberi, Labe, la figlia del dio Allo, preferiva le
betulle.
In una bellissima giornata di primavera, nel bosco di betulle
più rigoglioso, Leo, figlio del dio Agos, dichiarò il suo nome a Labe, che lo
ricambiò. Passarono i mesi, ed il loro legame diventò sempre più forte
tanto che, finalmente, Leo ebbe il
coraggio di chiedere la mano di Labe a suo padre.
Il dio, non ritenendolo adatto a sposare sua figlia, non
gliela concesse in sposa, anzi lo invitò ad allontanarsi in fretta.
Il ragazzo, deluso, cominciò a vagare per la montagna e, in
preda alla disperazione, diede fuoco al bosco dove aveva conquistato l’amore di
Labe. Allo, furibondo per la sfida del ragazzo, decise di far franare la
montagna dove egli e la sua famiglia abitavano. Lanciò dall’alto tuoni, fece
piovere, scatenò trombe d’aria.
Dopo qualche giorno di pioggia continua, la montagna cominciò
a sgretolarsi, mentre alcune abitazioni furono trascinate a valle assieme ai
loro occupanti. Labe, per evitare che la stessa sorte toccasse al suo amato,
chiese al padre di calmare la sua ira, ma Allo rifiutò. La ragazza, disperata,
minacciò di uccidersi.
Allo, dunque, commosso dal dolore della figlia, smise subito
e disse alla ragazza di rivolgersi alla dea delle piante per riportare ordine
nella natura sconvolta.
La dea, con un incantesimo, fece allungare le radici delle
betulle, in modo che potessero trattenere più facilmente il terreno, evitando
di farlo franare.
Il tronco si irrobustì, i rami si allungarono e la corteccia,
che prima era scura, diventò chiara. Dopo un po’ di tempo Labe e Leo si sposarono e la
cerimonia venne celebrata nel bosco, tra le stupende betulle bianche portate a
nuova vita grazie alla forza del loro amore.
Martina Barbaro

La leggenda del
geranium sanguineum
Era
una splendida giornata di primavera e Ginevra, una graziosa ragazza di
diciassette anni,decise di andare a comprare dei fiori da regalare a sua madre.
Entrata
nella bottega di un fioraio, incominciò a scegliere i fiori più belli, quando
ad un tratto ne notò uno particolarmente misterioso che l’attirava
terribilmente.
Esso
aveva uno stelo talmente lungo da sembrare il becco di una gru, e i colori dei
suoi petali erano a dir poco straordinari: candidi come la neve verso il centro
per poi esplodere in molteplici venature rosso sangue o rosa nella parte
esterna.
Mentre
la ragazza stava per sfiorare quell’ incredibile opera della natura, il fioraio
le si avvicinò con aria furtiva e, facendola sobbalzare, iniziò a sussurrare
parole incomprensibili; poi, come caduto in trance, cominciò a raccontare una
leggenda vecchia quanto il mondo……
<<Molto
tempo fa, prima ancora della creazione degli uomini, quando la natura viveva
incontrastata, gli unici abitanti della terra, oltre gli animali e le piante,
erano dei semidei chiamati Eadi.
Per
evitare contrasti, essi si suddivisero la terra in tre parti: cielo, mare e
terre emerse.
Malgrado
l’enorme somiglianza, gli Eadi subirono dei cambiamenti per potersi adattare ai
diversi territori: quelli del cielo svilupparono le ali per volare; quelli
dell’acqua le branchie e le pinne e quelli delle terre emerse dei muscoli
possenti.
Un
giorno, una giovane Eade dell’acqua, che viveva in un lago situato su un pendio
del leggendario vulcano Etna, incontrò un Eade del cielo e, in quello stesso
istante s’innamorò di lui.
Da
quel momento nessuno dei due riuscì più a vivere senza l’altro, legati ormai da
un vincolo inscindibile: l’amore.
Ma,
anche se i loro cuori ormai ne formavano uno solo, la magia impediva loro di
stare insieme, poiché la legge stabilita dagli anziani proibiva che un Eade
dell’acqua, del cielo o della terra potesse uscire dal suo mondo per andare a
vivere in quello degli altri.
Allora
i due giovani, per poter restare insieme per l’eternità,decisero di fondere le
loro anime dando loro la forma di un
fiore che contenesse le caratteristiche dei tre mondi: aveva, infatti, lo stelo
lungo come il becco di una gru, che vola nel cielo; i petali larghi come la
pinna di un Eade dell’acqua e una corolla dalle sfumature bianche, rosso sangue
e rosa, come la pelle e il sangue di ogni Eade.
Questo
fiore, che si chiama “geranium sanguineum”, cresce sulle alture, ma
maggiormente sul pendio dell’ Etna, luogo nel quale i due semidei si erano incontrati
per la prima volta, innamorandosi>>.
Dopo
aver finito di raccontare la storia, il vecchio uscì dal trance, e, ignorando
la ragazza, ritornò dietro il bancone.
Ginevra,
sconcertata e affascinata allo stesso tempo, comprò il fiore, ma non per
portarlo alla madre, ma per piantarlo in uno splendido giardino, a ricordo dell’amore
dei due Eadi.
